SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Diritto e nazionalsocialismo. Due lezioni

Thomas Vormbaum

introduzione di Luigi Lacché, Macerata, Eum, 88 pp., € 10,00 2013

Thomas Vormbaum, professore emerito di Diritto penale, Procedura penale e Storia del diritto contemporaneo presso la Fern Universität di Hagen, raccoglie in questo volume un breve ciclo di lezioni tenute presso l’Università di Macerata nel 2012. Esso tocca due rilevanti ambiti tematici della dottrina legale moderna: la trasformazione del diritto penale sotto la spinta totalitaria nella Germania nazista; e l’introduzione, entro le medesime coordinate spazio-temporali, di un vasto corpus di leggi razziali. Il diritto penale nazista sovverte i canoni fondamentali della modernità giuridica essenzialmente sotto due profili: anzitutto esso sostituisce alla visione oggettiva del tutela del bene giuridico, e al «principio di offensività» che ne discende, una visione soggettiva in base alla quale ciò che va considerato non è il danno, o il pericolo, espresso dalla condotta perseguita, bensì l’intenzione dell’autore. In altri termini, è l’atteggiamento psicologico che, a prescindere dal materializzarsi dell’evento delittuoso, va soppesato e, pertanto, si deve anticipare la soglia cronologica della punibilità agli atti preparatori del crimine ed equiparare in termini sanzionatori il tentativo al reato consumato, giacché identica è per entrambi la vis delinquenziale espressa. Inoltre, il diritto penale non deve arrestarsi di fronte alle cautele imposte dal principio di legalità, ma deve convertire l’adagio nullum crimen sine lege nel più rigoroso nullum crimen sine poena. Tale è lo scopo di una riforma varata nel 1935 che consente, derogando al divieto di applicazione analogica delle leggi penali, di incriminare ogni comportamento meritevole di punizione «secondo l’idea fondamentale di una legge penale nonché secondo il sano sentimento popolare». Scopo del diritto diviene, non tanto punire le infrazioni, ma annientare i nemici della comunità popolare (Volksgemeinschaft) che hanno violato il patto di fedeltà reciproca che vincola i suoi membri. Allo stesso obiettivo di sterilizzazione della comunità sono orientate le leggi razziali che il nazismo comincia a produrre appena due mesi dopo la presa del potere e che crescono incessantemente nei dieci anni successivi. Nel 1943, ricorda Vormbaum, si contano più di duemila leggi, regolamenti, circolari e direttive che compongono la fittissima trama dell’esclusione degli ebrei da ogni ambito della vita sociale e civile tedesca e rafforzano le premesse per la loro deportazione ed uccisione di massa, nel frattempo già avviate. Il libro di Vormbaum non aggiunge nuove conoscenze agli studi sul diritto penale nazista o sulla legislazione razziale. Esso, tuttavia, ne offre una panoramica essenziale e ne delinea alcuni profili tecnici in maniera molto accessibile. La continuità tra elementi del diritto penale liberale e quello nazista e la focalizzazione della matrice biologica della legislazione discriminatoria del Terzo Reich sono tratteggiate in modo tale da incoraggiare una riflessione sulle connessioni tra liberalismo e espansione del controllo sociale e della repressione su basi etnico-biologiche alla quale l’Europa contemporanea non può sentirsi estranea.


Ernesto De Cristofaro