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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Cartografia, scienza di governo e territorio nell'Italia liberale

Donata Brianta, Lamberto Laureti

Prefazione di Teresa Isenburg, Milano, Unicopli, 264 pp., Euro 17,00 2007

Il nucleo centrale di questo volume, che privilegia un approccio mutidisciplinare e valorizza materiale documentario in gran parte inedito, è la storia lunga, complessa, contraddittoria della costruzione della Carta geologica italiana voluta dalla Destra storica fin dal 1861, realizzata in modo discontinuo e completata con molto ritardo nel secondo dopoguerra. Essa s'intreccia con le alterne vicende del Comitato geologico e del Servizio geologico nazionale, preposto alla sua realizzazione e istituito presso il Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, perché prevalsero le finalità legate alla produzione sia agricola che minerario-industriale, e non tanto quelle di necessario supporto per un intervento razionale e di pianificazione complessiva del territorio in tema di infrastrutture viarie, ferroviarie, idrauliche e di indispensabile cooperazione con altri ministeri, come quello dei Lavori pubblici, della Guerra, e quello della Marina con il suo Istituto idrografico. Da qui una lunga serie di contrasti, polemiche tra i diversi rami dell'amministrazione pubblica, che contribuirono a ritardare la costruzione della Carta, alla quale peraltro furono destinate scarse risorse finanziarie. Forti resistenze nascevano anche tra gli esperti sulle questioni istituzionali e di metodo scientifico da adottare. Su fronti contrapposti vi erano da un lato gli alti funzionari del Corpo delle miniere, in prevalenza ingegneri, autorevolmente rappresentati da Quintino Sella e da Felice Giordano, dall'altro i naturalisti accademici, i geologi e i paleontologi, divisi tra le diverse scuole. Nel 1873 «l'investitura ufficiale» fu conferita agli ingegneri geologi del Corpo delle miniere, che si costituiva in Ufficio geologico, sancendo il trionfo delle «scienze esatte». La tensione, però, tra apparati statali e mondo accademico, rappresentato in particolare dall'abate Stoppani e da Torquato Taramelli, proseguì per tutto il decennio successivo e soltanto nella cosiddetta «era Giordano» dei «gloriosi anni '80» del'800 si realizzò la maggior parte delle rilevazioni sul terreno. Attorno a tali temi principali si snodano altre interessanti piste di ricerca sulla storia dell'amministrazione pubblica, sulla storia della scienza, in particolare della geologia, sul ruolo della formazione professionale di tecnici e scienziati del territorio, come evidenzia anche Teresa Isenburg nella sua Prefazione. Completa il volume l'analisi della serie di monografie pubblicate nel primo cinquantennio di vita del Comitato geologico, che consentono di tracciare la sua attività scientifica, i cambiamenti metodologici intervenuti nella geologia, i profili scientifici e biografici dei tanti geologi e ingegneri che percorsero il paese, dando un contributo notevole alla conoscenza dei territori. La riflessione amara è che anche in quest'ambito, ad una ricca elaborazione di analisi, di progettualità non realizzata, di studio delle diverse realtà regionali dell'Italia liberale, non corrispose capacità di governo complessivo del territorio da parte dello Stato per superare quella separatezza tra scienza, politica ed economia, che ha a lungo condizionato lo sviluppo, non solo economico, del paese.


Anna Lucia Denitto