SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Alle origini di un’inimicizia. Italia-Cecoslovacchia 1918-1922,

Donatella Bolech Cecchi

Soveria Mannelli, Rubbettino, 218 pp., euro 11,00 2008

Con questo lavoro, l’a. si propone di indagare le ragioni che stavano alla base dell’«inimicizia» fra Italia e Cecoslovacchia tra le due guerre mondiali e che resero la diplomazia italiana sostanzialmente indifferente di fronte alla crisi dei Sudeti nel 1938. A questo scopo, l’a. opportunamente ritiene di dover cominciare dalla prima guerra mondiale e dalla nascita in Italia di un movimento d’opinione, di ispirazione democratica e mazziniana, che guardava con simpatia alla causa cecoslovacca, nel nome della comune lotta delle «nazionalità oppresse» dall’Impero austro-ungarico. Alla fine della guerra, tuttavia, la politica di Sidney Sonnino, orientata alla difesa esclusiva del Patto di Londra, comportò un inasprimento dell’antislavismo italiano, che deteriorò i rapporti fra Roma e Praga, naturale sostenitrice delle rivendicazioni jugoslave. Nello stesso periodo, la Francia stava d’altra parte dando il via ad una politica di amicizia verso la Cecoslovacchia e la Jugoslavia, con l’obiettivo di assicurarsi una zona di influenza nell’ euro pa centro-orientale. L’Italia insomma aveva dilapidato, a causa di una politica improntata al «sacro egoismo», il patrimonio di credibilità che aveva guadagnato presso i cechi nel corso della guerra. Correttamente nel volume si evidenzia come il governo Giolitti, con Carlo Sforza agli Esteri, avesse impresso alla diplomazia italiana un orientamento più aperto verso la Jugoslavia, con la quale erano stati risolti, almeno per il momento, i problemi relativi al confine adriatico. La politica «filoslava» di Sforza, se aveva suscitato l’opposizione dei nazionalisti italiani, aveva tuttavia riavvicinato Roma e Praga, offrendo nuovamente all’Italia l’opportunità di inserirsi tra Francia e Cecoslovacchia. Con le dimissioni del governo Giolitti, la fase di maggiore vicinanza con la Cecoslovacchia si esaurì e iniziò nuovamente una reciproca diffidenza, che coincise con l’inizio del revisionismo italiano.Il volume è convincente nella misura in cui permette di seguire le diverse fasi dei rapporti italo-franco-cecoslovacchi e giustamente evidenzia la miopia della diplomazia italiana, che aprì la strada alla penetrazione francese in Cecoslovacchia. Sarebbe forse stato utile affiancare alla disamina strettamente diplomatica qualche accenno alle politiche culturali italiane nel paese: non era solo la Francia ad agire, tramite il Service des oeuvres françaises à l’étranger, ma anche l’Italia, che aveva avviato proprio nella capitale cecoslovacca il primo Istituto di cultura italiana dell’ euro pa centro-orientale. Suscitano infine perplessità alcune affermazioni formulate in chiusura di volume. Ad esempio, l’a. sostiene che i «pregiudizi» e le «antipatie» di Edvard Beneš verso il fascismo avrebbero contribuito ad impedire l’instaurazione di «una politica di collaborazione sincera» con l’Italia (p. 174), che sarebbe stata «certamente meno soffocante e esclusiva» rispetto a quella francese (p. 178). Affermazioni di carattere controfattuale impegnative e - ci sembra - difficilmente dimostrabili, che tuttavia non pregiudicano l’indubbio valore dell’opera.


Stefano Santoro