SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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The Civic Foundation of Fascism in Europe. Italy, Spain and Romania, 1870-1945

Dylan Riley

Baltimore, The Johns Hopkins University Press, 280 pp., $ 55,00 2010

La tesi centrale del volume di Dylan Riley è che la nascita del fascismo sia legata ad una crisi della politica generata dallo sviluppo della società civile e non dalla sua assenza. La nascita di movimenti e dei regimi fascisti in Italia, Spagna e Romania sarebbe quindi non l'effetto di una crisi della democrazia, ma una risposta autoritaria ad una richiesta di maggiore democrazia proveniente dalla società.Riley sviluppa la sua tesi attraverso sei capitoli, che incrociano le scienze politiche e la storia, in cui analizza lo sviluppo della società civile in Europa nel periodo tra le due guerre; la via italiana al fascismo, con un sintetico excursus storico sul paese dal 1870 fino al 1938; la traiettoria politica che conduce la Spagna ad un «fascismo tradizionalista», prendendo in considerazione gli anni tra il 1876 e il 1945; l'emergere di un «fascismo statalista» in Romania, con un'analisi del paese nel periodo tra il 1881 e il 1940. Negli ultimi due capitoli Riley analizza le principali teorie politiche che in anni recenti hanno permesso di costruire un quadro comparato ed esplicativo del sorgere dei fascismi, tenendo in considerazione in particolare le tesi di Barrington Moore sul ruolo della proprietà agraria e quelle di stampo weberiano sull'eredità dell'antico regime. L'a. considera lo sviluppo dei tre paesi, ma tiene presente in particolare anche altri due casi, l'Ungheria e la Germania, per valutare la tenuta del quadro analitico anche in situazioni maggiormente paradigmatiche. Infine, a partire dal concetto gramsciano di egemonia, e contestando l'ipotesi tocquevilliana di relazione necessaria tra sviluppo della società civile e democrazia, considera alcuni aspetti che gli sembrano fondamentali per spiegare lo sviluppo autoritario nei tre paesi. In particolare, la debolezza di un'egemonia delle élites sociali, l'assenza di un'alleanza tra classi diverse che porti dei gruppi a guidare il paese in maniera stabile, e anche l'assenza di un progetto vincente di contro-egemonia da parte delle classi popolari, o comunque delle classi escluse dal potere.La tesi di Riley appare affascinante e stimolante soprattutto laddove lega fortemente lo sviluppo del fascismo con la crescita della partecipazione politica della società civile, che è un dato che appare difficilmente contestabile. Acuta anche la riflessione sulla forza dei successi iniziali delle forze fasciste nel rispondere a domande di tipo democratico provocate dalla crisi o dalla disillusione sul funzionamento delle democrazie parlamentari. La scelta di una comparazione ampia permette inoltre di riconsiderare la crisi dei regimi parlamentari tra le due guerre, mostrando la centralità di casi generalmente liquidati rapidamente in quanto «periferici». Tuttavia il volume presenta varie ombre ed elementi problematici. In particolare, e su tutti, appare limitante e discutibile la scelta di attribuire un significato unicamente procedurale al termine «democrazia» che l'a. riduce al ruolo di una «formula politica» (p. 4), legata ad un principio di legittimità e sovranità, svuotandola di contenuti, per affermare che i fascismi non furono in definitiva che «democrazie autoritarie».


Giulia Albanese