SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Patrioti contro partigiani. Gavino Sabadin e l'involuzione badogliana nella Resistenza delle Venezie

Egidio Ceccato

Sommacampagna (Vr), Cierre, pp. 384, euro 18,00 2004

Secondo libro di una trilogia che si è aperta con Freccia, una missione impossibile (2004) e che si concluderà con La memoria imbrogliata, questo libro è costruito intorno ad una tesi con forte impianto polemico, ossia che la resistenza veneta non sia stato il fenomeno unitario che si è spesso voluto vedere. L'elemento su cui l'autore insiste maggiormente è che la cifra della resistenza veneta debba essere vista in un'azione fortemente antigaribaldina condotta dai vertici della resistenza più moderata anche in accordo, in certi casi, con i fascisti repubblicani. Come sottolinea bene Livio Vanzetto nell'introduzione, la ricostruzione di Ceccato, ricca di una dimostrazione di tipo indiziario e di una ricerca documentatissima, si basa sul presupposto ? spinto all'eccesso ? che nella seconda metà del 1944 tutti i protagonisti sapessero che la guerra era persa per i fascisti, e combattessero quindi per definire la spartizione del potere nel dopoguerra. Protagonista e artefice di una ridefinizione in senso moderato degli equilibri di potere nel Veneto in questa fase è Gavino Sabadin, capofila della resistenza democristiana nel Veneto e, a partire dall'imprigionamento di Egidio Meneghetti, il principale dirigente della resistenza in quest'area. Del resto, gli episodi ambigui e fastidiosi nella resistenza veneta non mancano, e fa bene l'autore a ricordarli e a ragionarci sopra. In queste pagine, infatti, grande attenzione viene data all'ambiguità delle morti di molti di coloro che potevano fungere da collegamento tra la resistenza moderata e quella garibaldina, tra cui quel Pietro Maset che era riuscito a imporre un comando unificato azionista e garibaldino alla Osoppo e che è morto in circostanze ambigue; oppure alle dinamiche dell'uccisione di garibaldini compiuta dai badogliani (insomma, una ?Porzus rovesciata? per dirla con Marco Borghi, che per primo l'ha studiata), che non è mai giunta ai clamori della cronaca; oppure all'emergere di una classe dirigente badogliana solo all'indomani dell'arresto in blocco della classe dirigente azionista. Un quadro, insomma, problematico e che dà forma e luce al Veneto del dopoguerra, con il quale l'autore si confronta fin dalle prime pagine interrogandosi sulle ragioni di una memoria pubblica incredibilmente piena di rancore contro i partigiani, in particolar modo nell'area padovana, e sui risultati del referendum istituzionale che hanno visto nel 1946 alcune zone dell'entroterra padovano, vicentino e veronese, attestarsi a favore della Monarchia con percentuali che superavano il 75 per cento dei votanti. L'importanza degli interrogativi posti e la rilevanza del materiale preso in considerazione non tolgono che tale impianto indiziario, come la forte tensione polemica e che tende a sottolineare il complotto di queste forze, sembri spesso un po' eccessivo, e che l'autore appaia molto più preoccupato di attribuire colpe e meriti che non di comprendere, pur ricostruendole, la complessità della Resistenza, la stratificazione dei rapporti di forza e le ambiguità che attraversarono questo momento.


Giulia Albanese