SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Nel nome della nazione. L'Associazione Nazionalista Italiana in età giolittiana

Elena Papadia

Roma, Archivio Guido Izzi, 240 pp., euro 30,00 2006

Punto d'approdo finale di un percorso durato alcuni anni, contraddistinto da una serie di articoli comparsi su alcune delle principali riviste nazionali, il volume si presenta come il frutto maturo di un'attenta riflessione attorno a un nodo ? quello dell'innovazione delle forme della politica, tra periodo giolittiano e prima guerra mondiale ? che di recente ha goduto di rinnovata attenzione da parte degli studiosi. Specialmente tra quelli appartenenti alle generazioni più giovani. Certo, l'autrice prende in esame un caso specifico come fu quello dell'Associazione nazionalista italiana. Tuttavia non può sfuggire il respiro più ampio posseduto dallo studio. Una ricostruzione, cioè, che partendo dall'esame di una vicenda particolare contribuisce alla migliore comprensione delle complesse dinamiche della crisi politica vissuta, sul limitare della guerra, dal sistema liberale. Questo non solamente in virtù dell'importante ruolo che il movimento nazionalista ebbe, quale catalizzatore degli elementi di malessere, nel processo di maturazione della crisi liberale, ma soprattutto perché, analizzando nel dettaglio tale esperienza, è possibile rintracciare gli elementi costituitivi di una nuova cultura politica. Ovvero, quella nuova destra radicale che, passando per la «seduzione totalitaria » degli anni bellici, finirà per dare corpo e anima all'esperimento fascista. Più ancora che l'originalità dell'elaborazione teorica, fino ad ora oggetto privilegiato degli studi dedicati al nazionalismo, l'autrice mette in evidenza l'importanza decisiva che, ai fini del successo del nazionalismo, ebbero due atouts: da una parte, la capacità di elaborazione di un nuovo linguaggio politico (incentrato attorno alla rivisitazione in chiave politica del mito della gioventù); dall'altra, la determinazione dimostrata dal movimento nel confrontarsi con le forme nuove dell'agire politico (in relazione, soprattutto, agli strumenti, inediti a destra, dell'uso politico della violenza, dell'attivismo nell'organizzazione e della propensione per la conquista della piazza). Dunque se è vero che i nazionalisti non furono i primi ? quanto meno all'interno del campo conservatore ? a porsi il problema del rapporto con lo strumento organizzativo del partito di massa (come pure a interrogarsi sulla liceità del ricorso alla piazza e all'esasperata semplificazione di taglio ideologizzante), è altrettanto corretto dire che furono indubbiamente i primi a risolvere l'intricato nodo delle contraddizioni che paralizzava il mondo liberale. Si potrebbe rilevare come tale risultato fu alla fine ottenuto attraverso la sostanziale fuoriuscita dall'originaria cultura politica liberale, ma questo rappresenterebbe un giudizio falsato dalla prospettiva a posteriori. Come dimostra l'autrice per mezzo dei molti esempi riportati, primi fra tutti quelli relativi alle campagne elettorali del 1913, tale percorso fu tutt'altro che lineare, contraddistinto da molteplici interpretazioni personali e da continui scambi con le altre componenti della galassia conservatrice. Il merito, quindi, è anche quello di aver saputo guardare con lenti nuove a un argomento e a un soggetto politico ben lontano dall'avere esaurito il suo potenziale di ricerca.


Andrea Baravelli