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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La riforma agraria in Italia e gli Stati Uniti. Guerra fredda, Piano Marshall e interventi per il Mezzogiorno negli anni del centrismo degasperiano

Emanuele Bernardi

Prefazione di Paul Ginsborg, Bologna, il Mulino, 397 pp., euro 28,00 2006

La generale rivalutazione della politica degasperiana non si era ancora estesa alla riforma agraria. Bernardi sostiene che la proposta di Segni aveva un carattere progressista, che sarebbe stato colpevolmente trascurato dalla storiografia. Il saggio, frutto di una tesi dottorale, ha il merito di inquadrare la valenza anticomunista della riforma dall'angolo originale del Piano Marshall. Le carte di Segni costituiscono la fonte principale, ben integrata da archivi statunitensi e italiani e da interviste a esponenti della DC e a due funzionari americani. L'autore traccia uno scontro fra tre «modelli»: quello di Segni, favorevole a una media e piccola proprietà produttiva e all'esproprio del latifondo; quello di Serpieri e dei suoi allievi, che vedeva nel coinvolgimento dei proprietari la leva per le bonifiche e rifiutava l'esproprio; e quello «californiano» di Zellerbach, responsabile a Roma della missione dell'ECA. Si conferma anche in questo settore l'importanza degli Stati Uniti nella formulazione della politica italiana e si colma così una lacuna storiografica sul negoziato bilaterale per gli anni 1948-50. Condotti con perizia sono l'analisi delle divergenze tra Segni, Sturzo e De Gasperi in tema di latifondo e bonifiche, la rivalutazione della legge sui contratti agrari come parte integrale della riforma e lo studio della sua prima attuazione in Puglia e Calabria. Alla fine emerge una riforma ibrida, che non corrisponde a nessuna delle visioni iniziali.Circoscrivere la ricerca alla riforma della proprietà fondiaria è stata una scelta condivisibile e fruttuosa; meno è ricavarne una generale rivalutazione della politica agraria democristiana. Il limite è nell'isolamento della riforma agraria, quasi essa fosse separata dalla politica generale del governo degasperiano e dalla strategia internazionale del Piano Marshall. Così il confronto con la storiografia finisce per essere parziale. Della Coldiretti e della Federconsorzi, dei prezzi agricoli, dei sussidi e delle differenti idee di sviluppo tra un Rossi Doria e un Fanfani poco si parla, quasi la proposta di Segni dovesse combattere solo contro il PCI. Si perdono di vista così le ragioni per cui la riforma agraria generale venne accantonata non nel 1949 ma già dall'estate del 1948, per la scelta italiana di privilegiare lo sviluppo industriale e rinunciare ad un'agricoltura intensiva ed esportatrice, che era il vero presupposto della proposta di Segni. I decisivi negoziati a Parigi in sede OECE e il Piano a lungo termine non vengono menzionati. Anche l'avvio della riforma e la nascita della Cassa per il Mezzogiorno nel 1950 vengono attribuiti esclusivamente alla reazione della DC all'eccidio di Melissa dell'ottobre 1949, mentre si sorvola sull'accelerazione imposta dalla «politica della produttività» statunitense. Si auspica che l'autore prosegua la meritevole ricerca su un tema essenziale per la storia della grande trasformazione italiana, contribuendo ad affrancarci da precostituite difese «di partito».


Carlo Spagnolo