SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I carabinieri tra storia e mito (1814-1861)

Emanuele Faccenda

Torino, Carocci, 382 pp., euro 49,00 2009

L’Arma (oggi Forza armata) dei carabinieri ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo dell’Italia unita, nella creazione della sua immagine pubblica e dei suoi riti. Tutori per eccellenza dell’ordine pubblico, in assenza di un corpo armato di polizia civile di forza equivalente (la Guardia regia voluta da Nitti fu un esperimento per molti aspetti efficace, ma breve), legati a doppio filo alla Monarchia di cui erano la più tangibile espressione, sovente unica visibile presenza dello Stato e del suo monopolio della violenza nelle campagne, i carabinieri sono indubbiamente ancora oggi uno dei soggetti più interessanti dell’interazione tra realtà militare e società civile, oltre che della costruzione di quell’apparato di figure, istituti e luoghi attorno a cui articolare la vita pubblica dello Stato nazionale.Nonostante questo, anche i carabinieri sono stati a lungo un convitato di pietra degli studi sull’Italia unita, più spesso evocati che studiati. Con l’eccezione di un buon volume di sintesi di Gianni Oliva del 1992, il ruolo dell’«Arma fedelissima» attraverso il Risorgimento, l’Unità e il ’900, è stato lasciato all’opera erudita, ma poco interessante, degli studiosi in uniforme. Faccenda, con il suo I carabinieri tra storia e mito (1814-1861), contribuisce oggi a colmare questa lacuna. Sviluppo di una tesi di laurea discussa alla fine degli anni ’90, il volume si propone, infatti, non già come «semplice storia dell’Arma», ma anche come «studio sulle origini della sua immagine positiva e popolare, così radicata nel quotidiano panorama italiano e nel suo tessuto sociale» (p. 7), in un arco cronologico che va dalla fondazione del corpo alla proclamazione del Regno d’Italia. Si deve subito sottolineare il profondo lavorio di scavo archivistico che è alla base del volume, una meritoria opera di recupero di materiale compiuta tra gli archivi di Stato italiani, l’Archivio dipartimentale di Chambéry e quello del Museo storico dei carabinieri a Roma. Sulla base di quest’ampia documentazione, l’a. articola un solido saggio di storia dell’istituzione, dei suoi legami con il potere sabaudo e con le società locali del Regno di Sardegna. Nel contesto di questa operazione ben riuscita, più difficile è la valutazione sull’analisi del mito dei carabinieri, che Faccenda restituisce soprattutto come strategia comunicativa propagandistica finalizzata alla creazione di un’immagine familiare, popolare e rispettata del corpo, attraverso l’elaborazione di alcuni topoi (il buon carabiniere devoto e leale fino al sacrificio, il soldato coraggioso e fedelissimo). Mi pare una lettura riduttiva del concetto di «mito guerriero» (di cui Faccenda non offre una definizione), che impedisce, ad esempio, di comprendere la complessità della dimensione marziale nell’articolazione dei paradigmi della virilità, o nella creazione di un consenso, in larga parte pre-politico, nei confronti della catena di comando e, in ultima istanza, del potere centrale. Nuoce, inoltre, al volume il disinteresse nei confronti della letteratura di storia militare italiana dedicata al periodo post-unitario, da cui avrebbe attinto, se non altro, alcuni utili suggerimenti metodologici.


Marco Mondini