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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La democrazia di Dio. La religione americana nell'era dell'impero e del terrore

Emilio Gentile

Roma-Bari, Laterza, X-266 pp., euro 16,00 2006

«Questo libro non si occupa della storia dell'11 settembre né di complotti, ma del modo in cui gli americani credenti in dio hanno reagito all'attacco terroristico». Così l'autore introduce un lavoro che è il punto di arrivo di una riflessione di lungo periodo, intrapresa indirettamente, ricorda lo studioso, sin dai suoi primi «soggiorni per vacanza, studio o insegnamento» al di là dell'Atlantico, «essendo [gli Stati Uniti] una delle prime e più durature esperienze di sacralizzazione della politica in una democrazia occidentale» (p. IX). Forte delle esperienze di ricerca in altri ambiti e dell'elaborazione teorica sulla tensione fra religioni civili e politiche sviluppata ne Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi (Roma-Bari, Laterza, 2001), Gentile segue la profonda rinascita della religione civile ? cioè della ricerca, da parte degli americani, «nella religione e nel patriottismo [del]la forza morale per reagire al trauma del terrore» (p. 182) ? che ha caratterizzato il dopo-11 settembre e l'interpretazione in senso forte datane da George W. Bush. Quest'ultimo, sostiene l'autore, ha piegato in una «teologia di guerra» la lunga tradizione religiosa a più riprese succedutasi alla Casa Bianca, soprattutto dalla guerra fredda e da Eisenhower in poi. Per questa via, però, osserva Gentile, il presidente «ha posto seri problemi teologici e morali, oltre che politici, alla coscienza religiosa degli americani cristiani che hanno deplorato il continuo appello di Bush e di molti membri della sua amministrazione alla loro religiosità per legittimare la loro politica, rimproverandoli di trasformare in questo modo una religione universale di amore e di pace in una religione nazionale per giustificare azioni di guerra» (p. 208). Di qui l'ipotesi, avanzata da Gentile nel nono e conclusivo capitolo, che, nell'ombra dell'11 settembre, si sia consumato lo sforzo dell'establishment repubblicano di «compiere un esperimento di trasformazione della religione civile americana in una religione politica ?all'americana?, nel tentativo di acquisire il monopolio della definizione del ?buon americano?» (p. 219). Il che, conclude Gentile, «è un'esperienza grave, che lascia una traccia» (p. 228). Se non si può che concordare con queste osservazioni finali e con molte acute annotazioni singole sparse nel volume, neppure si può tacere, però, come nuoccia al libro la mancata considerazione di una letteratura americanistica, statunitense e non, che ne avrebbe rafforzato il radicamento nelle onde, lunghe e brevi, della storia statunitense e arricchito la forza interpretativa. Pensiamo, ad esempio, al lavoro di Anders Stephanson sulla controversa e peculiare vocazione imperiale e sul tema del «destino manifesto», o al contributo di Laurence Moore sul delicato rapporto fra religione, religiosità, cultura politica e cultura del mercato e del mondo corporate, tanto importante per capire i neocon e lo stesso Bush, o, ancora, a quello di Arnaldo Testi sulla simbologia della bandiera.


Ferdinando Fasce