SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La verità della propaganda. Il «Corriere della sera» e la guerra d'Etiopia

Enrica Bricchetto

Milano, Unicopli, pp. 293, euro 16,00 2004

La conquista dell'Etiopia ad opera dal regime fascista tra l'ottobre 1935 ed il maggio 1936 non richiese soltanto un massiccio sforzo finanziario e militare, ma anche un investimento di risorse, unico nel ventennio per dimensioni e intensità, nel campo della comunicazione, finalizzato alla creazione del consenso al progetto mussoliniano della guerra coloniale come guerra fascista e nazionale. Una guerra ?nuova?, tutta da costruire sotto l'aspetto delle motivazioni e dell'interesse da parte della popolazione, che dunque necessitava di un salto di qualità nella gestione dell'informazione, non limitata al tradizionale controllo ma volta a creare un'immagine univoca e ufficiale della politica del regime, a legittimare l'aggressione e a diffondere la rappresentazione della guerra vittoriosa. Attraverso l'elevazione a Ministero del Sottosegretariato alla Stampa e Propaganda e la successiva apertura di un Ufficio stampa ad Asmara, si mette in campo una ferrea organizzazione dell'informazione, inizialmente a mezzo stampa, ma che in pochi mesi ?si trasforma in una vera e propria mediatizzazione del conflitto grazie anche all'azione coordinata degli altri media? (p. 7). All'interno di quest'universo mediatico che prende forma intorno alla guerra d'Etiopia, un ruolo centrale resta assegnato alla stampa e un posto a sé merita il più autorevole e diffuso quotidiano di origini liberali, il «Corriere della sera», di cui vengono ricostruite vicende e strategie in ?un tornante il cui la stampa rivela la sua specificità e il suo ruolo all'interno della dittatura? (p. 9). Sulla base di una vasta documentazione, sviluppando alcune suggestioni interpretative proposte da M. Isnenghi nei suoi studi sulla cultura fascista e sulla stampa, l'autrice ricostruisce non solo il complesso percorso compiuto dalle notizie prima di diventare articoli del «Corriere», ma dimostra anche ? attraverso l'attenta analisi delle corrispondenze di guerra e del rapporto tra giornalisti (da Barzini jr. a Tomaselli, a Beonio Bocchieri, a Pavolini) e direttore (Aldo Borelli, ?l'Albertini del fascismo?) ? come l'azione concomitante della censura dall'alto e dell'autocensura dei giornalisti agisse sulla scelta e sull'organizzazione dei contenuti da pubblicare, in un'ottica lontanissima da qualsiasi idea d'informazione ma conforme al progetto di educazione delle masse secondo la volontà del regime. Riletta attraverso la categoria interpretativa della distinzione tra ?intellettuali militanti e funzionari?, la vicenda del «Corriere» durante la guerra d'Etiopia consente riflessioni e considerazioni più generali, come dimostra la scelta di estendere l'analisi ben oltre la fine del conflitto. Rivela che il regime esigeva impegno e risorse personali nelle redazioni, ?chiedeva ai giornalisti di essere creativi? entro l'orizzonte del fascismo e dei suoi miti, anche razziali, e che questi si adeguarono, con motivazioni che andavano dall'adesione convinta all'ideologia dominante, al cinismo, alla carriera, a mettere la loro professionalità al servizio della propaganda e ad assecondare la prassi tendenzialmente totalitaria del fascismo.


Piero Di Girolamo