SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia

Enzo Collotti

Roma-Bari, Laterza, pp. 226, euro 16,00 2003

Il volume ripercorre la vicenda dell'antisemitismo italiano dalle leggi razziali alla RSI, fino ai tardivi risarcimenti da parte della Repubblica, collocandosi nel solco del rinnovamento degli studi sulla persecuzione ebraica in Italia, avviato nel 1988 per il cinquantenario delle leggi razziali. Il percorso verso la parificazione giuridica di età liberale fu interrotto dal fascismo con i Patti Lateranensi (la religione cattolica divenne religione di Stato) e con il RD 30 ottobre 1930 sulle comunità israelitiche, che configurò una prima irregimentazione degli ebrei italiani (Michaelis). Secondo lo schema interpretativo di G. Fubini, alla realizzazione dell'eguaglianza dei cittadini e poi dei culti in età liberale, seguirono il ritorno alla disuguaglianza prima dei culti e poi dei cittadini in epoca fascista. Il volume tende a contraddire le tesi di De Felice sulla genesi delle leggi antiebraiche italiane in funzione dell'alleanza con la Germania. Per De Felice il razzismo italiano era diverso da quello nazista, ?spirituale' e non biologico, mirava a discriminare e non a perseguitare, era in qualche modo ?d'importazione' e per questo mai accettato dagli italiani. Per Collotti, invece: ?contrariamente a quanto generalmente si scrive, l'inaugurazione della politica antiebraica in Italia non derivò da alcuna pressione tedesca, essa fu una decisione autonoma del regime fascista nel tentativo di rivitalizzare il regime all'interno? (p. 58). Le premesse dell'antisemitismo italiano furono gli orientamenti popolazionistici, che esaltavano il numero come fattore di potenza e la politica di segregazione razziale avviata nelle colonie dopo la conquista dell'Etiopia. L'autore si rifà qui agli studi di Del Boca sul regime di apartheid nei territori dell'Africa Orientale Italiana. Per Collotti, nell'evoluzione dal popolazionismo al razzismo coloniale e poi all'antisemitismo, la Germania ebbe un ruolo molto sfumato sullo sfondo. Il motto mussoliniano ?discriminare non significa perseguitare? non corrispondeva al reale pensiero del duce, ma serviva a tranquillizzare gli ebrei italiani e l'opinione pubblica internazionale; la formula ?razzismo spirituale' di Evola non alludeva ad un razzismo più blando di quello biologico, ma era solo una ?sublimazione? di questo (qui l'autore non sembra tuttavia cogliere il reale significato dell'espressione evoliana). Del resto la legislazione antiebraica italiana non fu meno aspra di quella tedesca, secondo le analisi di Sarfatti e Di Porto. Mancò inoltre un sostanziale dissenso degli italiani verso le leggi razziste; alla loro emanazione la solidarietà fu sporadica, e sebbene più operativa durante l'occupazione nazista, essa fu adombrata dall'indifferenza dei più e dal fenomeno terribile delle delazioni. La classica distinzione storiografica tra antisemitismo e antigiudaismo (problema, quest'ultimo, tutto religioso e non razziale) è molto sfumata attraverso l'analisi delle posizioni oltranziste della «Civiltà cattolica» e dei ?clericofascisti'; eccessivamente ridimensionata appare l'opposizione di Pio XI al razzismo espressa attraverso l'enciclica Mit Brennender Sorge, così come anche l'accoglienza agli ebrei da parte delle organizzazioni ecclesiastiche in tutta Italia durante il pontificato di Pio XII.


Olindo De Napoli