SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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A morte il tiranno. Anarchia e violenza da Crispi a Mussolini

Erika Diemoz

Torino,Einaudi, 377 pp., Euro 32,00 2011

L'anarchica «propaganda per il fatto», nella forma specifica dell'attentato a esponenti di primo piano della politica e delle istituzioni con il suo valore pedagogico e politico, è l'oggetto principale di questo lavoro. L'a. ricostruisce con uguale minuzia una lunga catena di tentativi, falliti e riusciti, celeberrimi e quasi ignoti, che si snoda dal secondo '800 agli anni '30 del fascismo. Ne emergono insieme il carattere quasi spontaneo e generalmente individuale dei progetti, e la rete di relazioni e solidarietà cui i protagonisti fanno ricorso. In una folla di personaggi spesso ricorrenti spicca in particolare Emidio Recchioni, figura di anarchico esemplare per la sua fedeltà alla causa che si mantiene intatta per più decenni di una vita avventurosa e tribolata, ma certo atipica per la sua capacità, una volta stabilitosi in Inghilterra, di integrarsi perfettamente, in una società per la cui distruzione non smetteva di adoperarsi. Dall'altro canto è poi analizzata la reazione delle autorità ai tentativi anarchici, in generale letti e affrontati come frutto di una strategia e di una tattica organizzate da una centrale eversiva, e quindi con azioni repressive e persecutorie a largo raggio che, alimentando e legittimando una politica della paura e indirettamente rafforzando la mitologia che circonda i «refrattari», sfocia in un rapporto sinergico fra violenza illegale e violenza di stato. Va detto che il fuoco di questa ricerca interessante è certamente sulla parte ottocentesca, e che lo iato fra questa e gli anni del regime è evidente. Più in generale, l'impressione è che l'a. voglia legare questioni interpretative di peso, al di là della loro discutibilità, a un filo troppo esile per sostenerle bene. Il confronto fra Crispi e Mussolini e fra i rispettivi rapporti con la monarchia, la particolare sensibilità italiana al capo carismatico, l'alleanza fra sapere e potere sul fronte repressivo, il carattere specifico della Grande paura di fine secolo, il nesso fra gli attentati anarchici e certi aspetti della prima cultura di massa, sono temi necessariamente solo sfiorati nel libro, e le vicende analizzate con tanta cura e per un periodo così esteso sembrano comunque una via d'approccio ad essi troppo angusta. Il libro naturalmente non lo ignora, ma si potrà ad esempio ricordare al lettore che la repressione crispina si iscrive in un progetto di sviluppo alla prussiana, mentre quella di fine secolo ha alle spalle un colpo di reni reazionario, e la repressione fascista è di altra epoca; che nel secondo '800 nelle istituzioni dello Stato, e in particolare nella magistratura, e nella società come nella cultura italiana non refrattaria, c'è chi non si adegua e si oppone attivamente a quelle scelte; che anche l'attività anarchica nell'alveo dell'antifascismo in esilio finisce col cambiare di senso. La scelta di tenere insieme tante e così importanti tematiche necessariamente di sfuggita, contrapposta all'acribia con cui ogni attimo delle attività dei protagonisti è ricostruito, finisce col conferire al lavoro di Diemoz un carattere centrifugo che non giova alla lettura. Altrettanto fa il manierismo, a volte evidente, di una scelta narrativa perseguita a oltranza.


Giuseppe Civile