SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La formazione dell'impero esterno sovietico (1941-1953)

Fabio Bettanin

Roma, Carocci, 351 pp., euro 25,00 2006

Il volume ricostruisce i processi di formazione e gestazione del peculiare «impero esterno» creato ai confini occidentali dell'URSS a partire dall'inizio della seconda guerra mondiale (capp. 1-2), e successivamente analizza le politiche attuate dalla dirigenza staliniana nell'Europa orientale fra il 1944 e il 1953 (capp. 3-4). Sulla scorta dell'imponente documentazione archivistica resasi disponibile nella prima metà degli anni '90 e attraverso uno spoglio attento dei contributi della recente storiografia russa e internazionale, l'autore pone al centro della propria disamina critica un problema storico quale l'intenzionalità della costruzione imperiale sovietica.Pur sostenendo la strutturale diversità dell'impero esterno di Mosca dall'impero «su invito» statunitense, dovuta in primo luogo a quelli che definisce «i livelli e i caratteri dell'uso della forza» (p. 31), utilizzata negli anni '20-30 contro i propri cittadini ma in seguito anche nei confronti degli alleati subalterni (Berlino 1953, Budapest 1956, Praga 1968), Bettanin dissente dall'interpretazione storiografica che ravvisa evidenti caratteri di «intenzionalità», in primo luogo di carattere ideologico, nella formazione dell'edificio imperiale sovietico post-bellico. Non solo Stalin non arrivò mai a stabilire un filo di continuità organico fra l'Impero zarista e il regime sovietico, ma subì sostanzialmente ? prima di accettare di combatterla con le armi politiche e militari a propria disposizione ? la rottura della coalizione antifascista nel 1946-47 e l'inizio della guerra fredda (p. 227). In questa cornice di debolezza socio-economica strutturale, ingenuità diplomatiche e atti unilaterali di forza, causati essenzialmente dal costante timore di annientamento che caratterizzò l'orizzonte politico e anche psicologico dell'ultimo Stalin, andrebbero dunque collocati i primi insuccessi nella gestione dell'impero esterno: la mancata soluzione della questione tedesca, il clamoroso scisma jugoslavo e il brutale soffocamento dell'unico vero esperimento di «democrazia popolare» fra il 1945 e il 1948, quello cecoslovacco. L'incapacità del Cremlino di gestire un impero esterno di tali dimensioni, sul breve ma soprattutto sul lungo periodo, emerge lungo tutta la narrazione e in particolare nell'ampio Epilogo. L'unica strada percorribile a Stalin e ? nonostante alcune deviazioni ? anche ai suoi successori parve dunque quella della costruzione di un impero «isolazionista» (p. 330) che, senza pretendere di espandersi ulteriormente (lo avrebbe fatto soltanto fuori d'Europa nell'epoca post-coloniale), si limitò per decenni a controllare manu militari le periodiche conseguenze ? l'effetto spillover secondo la fortunata definizione di Mark Kramer ? della realtà di un impero destinato al fallimento perché incapace, nella mentalità dei propri vertici e nella struttura socio-economica, di adattarsi ai rapidi mutamenti del mondo contemporaneo.Il mercato editoriale e la storiografia italiana si arricchiscono di un'opera lucida, essenziale e aperta ad ulteriori discussioni e apporti: un fatto positivo non solo per gli studiosi dell'Unione Sovietica, ma anche per gli storici dell'Europa contemporanea.


Stefano Bottoni