SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Dal fango al vento. Gli aviatori italiani dalle origini alla Grande Guerra

Fabio Caffarena

Torino, Einaudi, XI-212 pp., € 28,00 2010

La prospettiva culturale non è ancora molto sviluppata negli studi italiani a proposito delle guerre mondiali. Con poche ma significative eccezioni, la storiografia nazionale si è occupata raramente dell'immagine e soprattutto della costruzione narrativa dell'oggetto guerra e dei suoi attori in uniforme. L'ultimo libro dell'a., pur non inserendosi propriamente in un filone di studi sulla cultura di guerra, contribuisce tuttavia a far luce su uno dei pochi miti guerrieri italiani efficacemente organizzati a cavallo del primo conflitto mondiale, quello degli aviatori. Con gli arditi e gli alpini, i piloti militari rappresentarono figure la cui aura eroica e romantica era destinata a sopravvivere alla disillusione della trincea, del combattimento di massa e dell'anonimato della morte, sfuggendo alla «morte della battaglia» come campo dell'onore di cui John Keegan ha parlato anni fa. Sebbene questa visione traumatica non sia del tutto valida per le specificità della guerra italiana, e il discorso costruito sulla guerra abbia rifiutato a lungo di prendere atto della realtà ingloriosa del conflitto industriale, non vi è dubbio che, anche in Italia, la figura dell'aviatore si rivestì, tra 1915 e 1918, del prestigio aristocratico dovuto al nuovo cavaliere dei tempi moderni, in grado di sottrarsi al dominio della macchina per piegarla ai propri scopi. La dimensione eroica dell'aviazione militare è stata oggetto negli ultimi anni di osservazioni molto acute da parte di George Mosse, Colin Cook e Michael Paris. L'a. non si confronta direttamente con queste letture, ma offre una ricostruzione delle origini e della composizione del corpo dei piloti militari, dalla formazione dei primi aviatori alle esperienze di ricognizione e bombardamento in Libia fino alla grande occasione, in termini di espansione degli organici e genesi di un'immagine pubblica, rappresentata dalla Grande guerra. Per farlo vengono intrecciate fonti di diversa natura. Dai documenti di archivio dell'Ufficio storico dell'Aeronautica alle riviste illustrate, dai testi letterari alla pubblicistica che, a cavallo dell'età giolittiana, si occuparono entusiasticamente della novità rappresentata dalle macchine volanti. Ne risulta un quadro di insieme convincente e ricco di spunti, forse troppo bruscamente troncato nell'ultima parte del volume, dedicata a La fine della guerra: ri-generazione del mito aviatorio (pp. 159-204). Benché si disponga oggi anche dell'opera di Eric Lehmann dedicata al rapporto tra propaganda aeronautica e regime fascista, un maggiore sviluppo di queste pagine, un po' disorganiche e mute rispetto alla bibliografia internazionale, sarebbe stato benvenuto. In effetti, l'a. ha fin qui dimostrato efficacemente come il discorso letterario e iconografico sugli aviatori - élite di sportivi (quasi di divi) in grado di affrontare in chiave estetica la morte - strida con la realtà di un'aviazione più prosaicamente aperta anche a contadini ed operai e colpita da più morti per incidente nelle retrovie che nei duelli in cielo. Ma è proprio il primo aspetto, meno indagato e foriero di possibili sviluppi degli studi, ad essere il più interessante.


Marco Mondini