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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Le origini della guerra civile: l'Italia dalla Grande guerra al fascismo, 1918-1921

Fabio Fabbri

Torino, Utet, 712 pp., Euro 28,00 2009

L'opera di Fabio Fabbri conferma il risveglio dell'interesse storiografico per le origini del fascismo, dopo anni in cui l'attenzione era concentrata sul regime. Il titolo risponde ad un interrogativo che sorge dal famoso libro di Claudio Pavone. E giusto parlare di «guerra civile» soltanto per il periodo 1943-1945, e non per il periodo del primo dopoguerra? Fabbri dimostra attraverso une serie di citazioni com'era diffusa tra gli attori politici l'idea che ci fosse una «guerra civile» in atto.Il libro si basa su un'imponente ricerca condotta sulle fonti archivistiche e sui giornali dell'epoca, e su una vasta conoscenza della letteratura sull'argomento. Anche se si tratta di una storia già conosciuta nelle sue grandi linee, Fabbri riesce ad arricchire notevolmente il quadro attraverso una cronaca minuziosa dei conflitti sociali e degli episodi di violenza. Questa è la forza maggiore del libro. Di notevole importanza è l'enfasi sulla violenza statale degli anni 1919-1920. Fabbri insiste d'altronde sulla rilevanza anche in quelli anni della violenza privata, dei fascisti, ma anche degli agrari che già praticavano l'autodifesa armata. Il «biennio rosso», quindi, non è un termine appropriato. Invece si costata la continuità di un'azione repressiva che ha le sue radici negli ultimi anni della guerra. Notevole è anche la completezza territoriale del suo racconto, da cui emerge che le zone «tranquille» erano pochissime. Non è certo una novità la tesi dell'ampia collusione delle forze dell'ordine e dell'esercito col movimento fascista, ma Fabbri, giovandosi delle molte ricerche locali, offre la migliore sintesi che abbiamo su quest'argomento.Le parti più discutibili del libro di Fabbri mi sembrano quelle in cui tratta le responsabilità dei governi e della classe dirigente. I suoi giudizi sembrano oscillare tra un'accettazione della tesi dell'accordo sostanziale tra governo e forze reazionarie, e il riconoscimento che spesso gli apparati dello Stato non rispondevano agli ordini del governo. C'è da dire, però, che quest'oscillazione riflette in parte le oscillazioni dei governanti stessi. Invece proprio dalla lettura del libro risulta un ridimensionamento del ruolo dei leader politici, sia quelli della classe di governo, sia quelli del Partito socialista, tutti incapaci di controllare le ondate di odio, paura e violenza che scuotevano la società italiana dalle sue fondamenta. Le azioni delle masse erano in gran parte spontanee o dettate da stimoli locali. Dall'altra parte, anche se molti prefetti non volevano contrastare la violenza fascista, e qualche generale aiutava il movimento, la simpatia e la collusione erano al massimo tra i giovani ufficiali dell'esercito e tra i ranghi dei carabinieri e delle guardie regie.Si potrebbe fare qualche altra obiezione di tipo metodologico, e.g. un affidamento un po' unilaterale all'«Avanti!» come fonte per la ricostruzione degli avvenimenti, ma complessivamente bisogna riconoscere a Fabbri il merito di aver fornito il contributo più completo e più aggiornato alla comprensione della violenza politica del primo dopoguerra.


Adrian Lyttelton