SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La condizione degli enti ecclesiastici in Italia nelle vicende politico-giuridiche del XIX secolo

Fabio Franceschi

Napoli, Jovene, 320 pp., Euro 28,00 2007

Apparentemente il libro, scritto da un giurista, non fa che ripercorrere vicende assai note agli storici: attraverso la ricognizione delle discipline statali a cui furono sottoposti i soggetti collettivi tradizionalmente regolati dal diritto canonico l'a. ripercorre i momenti cruciali dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia nell'arco di tempo che si estende dalla dominazione napoleonica alla legislazione crispina sulle opere pie. Tuttavia, alcuni spunti ricostruttivi che emergono da questa trattazione meritano di essere segnalati.Non ci si riferisce tanto alla prima parte del volume, dedicata alla politica eversiva di Napoleone e alla parziale restaurazione dei privilegi ecclesiastici reintrodotti all'indomani del 1815. Qui semmai il lettore potrà compiacersi dello sforzo sistematico con cui vengono esposte le diverse legislazioni emanate nei singoli Stati, del rigore analitico con il quale viene dato conto della sorte occorsa alle svariate realtà organizzative che componevano la società ecclesiale. Ma la trattazione nel complesso segue le tracce di un'interpretazione storiografica del tutto consolidata.L'interesse maggiore risiede invece nelle pagine dedicate alla legislazione unitaria. Quest'ultima - è vero - fece propri i provvedimenti piemontesi che avevano voluto ridimensionare l'incidenza delle istituzioni ecclesiastiche nella vita del paese. Tramite la recezione della legge Siccardi del 1850 (abolizione del foro ecclesiastico e introduzione dell'istituto autorizzatorio per gli acquisti) e l'accoglimento della legge Cavour-Rattazzi sulla soppressione delle corporazioni religiose tra il 1866 e il 1867, si avviò quella graduale laicizzazione dello Stato che avrebbe portato alla completa frattura con la Chiesa. Tuttavia questa decisa linea politica «neo-giurisdizionalista», sulla quale si sono sempre appuntati gli strali della Chiesa, poiché fa dello Stato l'unica fonte di giuridicità di ogni istituzione esistente all'interno dei suoi confini, si accompagnò, a parere dell'a., ad un atteggiamento assai rispettoso nei confronti della struttura costituzionale della Chiesa, addirittura più liberale di quello posto in essere nel 1929 con il regime concordatario. Lo dimostra una lettura attenta, come quella che viene condotta in questo volume, di alcuni istituti cardini, su cui la storiografia meno specialistica spesso è adusa sorvolare: si pensi al fondamentale art. 2 del Codice civile unitario, regolante l'esistenza di tutte le persone morali, che, pur sottoponendole al riconoscimento dello Stato, rinviava poi per la qualificazione di un ente come «istituto ecclesiastico» alla disciplina del diritto canonico, senza fare alcun cenno all'attività da esso perseguito (come avverrà poi in applicazione del Concordato). Ugualmente, per quanto lo Stato italiano si dichiarò competente a decidere quali istituti ecclesiastici dovessero essere aboliti, perché ritenuti superflui per l'esercizio del culto, gli altri li conservò sempre come erano stati, secondo la fisionomia giuridica riconosciutagli dal diritto canonico.Anche per la politica ecclesiastica, potremo concludere, la classe politica liberale adottò in conclusione una politica compromissoria.


Francesca Sofia