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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L’anarchismo napoletano agli inizi del Novecento. Dalla svolta liberale alla settimana rossa (1901-1914), prefazione di Giampietro Berti

Fabrizio Giulietti

Milano, FrancoAngeli, 212 pp., euro 19,00 2008

L’a. si è già occupato di storia dell’anarchismo e in questo libro conferma il proficuo inserimento nel tema, molto più sfaccettato di quanto possa apparire.Ricorda Berti nella prefazione che il peso della Campania nel movimento in Italia è stato notevole dopo la Prima Internazionale. Non a caso due esponenti di primo piano quali Errico Malatesta e, per una fase, Francesco Saverio Merlino provengono da Napoli e dintorni. Poi i centri pilota si spostano verso Nord.Lo studio di Giulietti fa emergere una realtà libertaria finora poco analizzata e tutt’altro che secondaria. Imilitanti sono spesso le punte di agitazioni operaie e popolari, i fogli di propaganda nascono e rinascono malgrado gli interventi repressivi del «liberale» Giolitti, i gruppi e le iniziative, che pure conoscono un andamento altalenante, si riproducono per quasi tutto il periodo considerato. Le due tendenze dell’anarchismo napoletano, entrambe molto attive in ambito sindacale, sono qui seguite nella loro evoluzione. L’anarcocomunismo, più teorico e alla ricerca di organizzazioni efficienti, si riconosce nella testata «Sorgete», gli anarchici più individualisti producono il periodico «La Plebe».L’a. fa notare anche il ruolo, di stimolo e di esempio, di alcune figure molto popolari. Così Francesco Cacozza, un ex ferroviere, risulta sempre pronto a partecipare alle proteste e ai moti ed è disposto ad alternare il carcere con la casa. Possiede inoltre un’immagine e un comportamento da profeta pieno di carisma personale. Carlo Melchionna, un elettricista, interviene con qualche successo in numerosi comizi operai, anche nella locale Borsa del lavoro controllata dai socialisti, criticando le tattiche legalitarie e rinunciatarie. Alle falde del Vesuvio gli anarchici, pur quasi sempre in minoranza rispetto ai socialisti, secondo gli organi di polizia ripetutamente allarmati per la dimensione e la radicalità dei movimenti, dispongono di uno spazio enorme, in particolare quando la rabbia operaia e popolare sfugge al controllo dei moderati della Borsa del Lavoro.Giulietti mette bene in evidenza alcuni tratti di originalità dell’intervento anarchico. Ad esempio promuove lo sciopero degli affitti e mobilita interi quartieri poveri dove nascono Leghe di resistenza con migliaia di aderenti. Durante la «Settimana rossa», in una città sconvolta da giorni di scontri violenti, è molto significativo il tentativo di far insorgere il popolo napoletano portando su un carro nei rioni popolari il corpo insanguinato di un dimostrante appena ucciso dalla polizia. In effetti nel primo semestre del 1914 riprende un ciclo di lotte partenopee, mentre emerge il protagonismo della classe lavoratrice campana che occupa il terzo posto, per numero di scioperanti, dopo l’Emilia e la Lombardia.Giulietti narra con efficacia, sulla scorta di fonti libertarie e rapporti di polizia, episodi e polemiche di notevole rilievo. Questo volume, al di là di piccole imperfezioni, merita senz’altro di essere letto in quanto offre una viva rappresentazione di uomini e donne, di gruppi e di giornali, di rabbia e di sconfitte.


Claudio Venza