SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Giuseppe Saragat

Federico Fornaro

Venezia, Marsilio, pp. 382, euro 35,00 2003

?Case, scuole, ospedali?; ?Destino cinico e baro?. Della lunga vita di Giuseppe Saragat (1898-1988) e degli importanti incarichi che ricoprì (ambasciatore, presidente della Costituente, ministro degli Esteri, presidente della Repubblica) restano probabilmente, nella memoria dei più interessati alla politica, poco più di queste frasi, assurte a paradigmi di un percorso individuale e collettivo, quello del tentativo di creare in Italia una forza politica analoga alle socialdemocrazie del Nord Europa. Scopo principale della biografia che Federico Fornaro, presidente dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Alessandria ha dedicato allo statista piemontese, è proprio quello di uscire dai luoghi comuni, in particolar modo quelli relativi all'anticomunismo di Saragat. Fornaro ha buon gioco nel distinguere tra un Saragat prima di Palazzo Barberini e uno dopo la rottura con Nenni, ricostruendone con particolare attenzione la formazione politica ed ideologica nell'ambiente gobettiano torinese, nella ricerca continua di coniugare socialismo e liberalismo, lotte del proletariato ed azione parlamentare. Una ricerca che lo porterà, nell'esilio viennese, ad approfondire i rapporti con gli austro-marxisti e in particolare con Otto Bauer, che giudicherà con favore i due principali scritti teorici di Saragat, Democrazia e marxismo (1929) e L'humanisme marxiste (1936) in cui la critica delle interpretazioni riformiste e comuniste del pensiero di Marx si fa più aspra. Sono gli anni della guerra di Spagna ed anche Saragat è convinto che il capitalismo sia il vero nemico della democrazia, schierandosi a fianco di Nenni a difesa dell'unità d'azione con i comunisti, almeno fino al Patto Molotov-von Ribbentrop. Ma l'attacco tedesco all'URSS lo spinge ad appoggiare un nuovo patto di unità d'azione, pur non tacendo tutti i motivi di divergenza con un PCI troppo legato a Mosca. Meno convincente mi sembra lo sforzo di attribuire la sconfitta del tentativo saragattiano di sottrarre la maggioranza della sinistra italiana al PCI e di costruire un'alternativa riformista alla DC unicamente all'?abilità tattica e al radicamento sociale del PCI? (p. 11). In realtà, e Fornaro non lo nasconde, con la guerra fredda ad essere sconfitta è soprattutto la linea di mediazione tra i blocchi, impersonata da un partito socialista autonomo in grado di attirare i consensi dei ceti medi e della piccola borghesia progressista. Anche se ?le obiezioni sul presunto errore tattico compiuto nell'eccessiva accelerazione del processo scissionistico non possono far passare in secondo piano le profonde motivazioni ideologiche che sono state la causa dirompente della nascita del PSLI? (p. 164), l'opzione ?terzaforzista? viene sconfitta proprio in quegli anni, tra Patto Atlantico, adesione alla ?legge truffa? e governo Scelba-Saragat. Quasi vent'anni dopo, il fallimento dell'unificazione socialista riproporrà, in uno scenario diverso e ancora in larga parte da esplorare, la bocciatura del progetto di una possibile alternativa di governo. Di fronte ai fermenti del '68 e alla ?strategia della tensione? l'unificazione assunse inevitabilmente i connotati di un'operazione a freddo e verticistica, uno dei tanti preludi della crisi della Prima Repubblica.


Giovanni Scirocco