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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Un esercito forgiato nelle trincee. L’evoluzione tattica dell’esercito italiano nella Grande Guerra, con un saggio di Alessandro Gionfrida

Filippo Cappellano, Basilio Di Martino

Udine, Gaspari, 292 pp., euro 18,00 2008

Dietro l’orizzonte delle trincee, la Grande guerra cela il lavorio dei contendenti, tesi alla elaborazione di procedure atte a superare lo stallo imposto dal fuoco nel quadro di una progressiva trasformazione dei mezzi. Un campo di tensione che avrebbe trasformato la struttura organica degli eserciti ed i procedimenti tattici. L’originaria, indifferenziata massa delle fanterie si articolava in specializzazioni e nuovi ruoli che chiamavano in causa la capacità e la cultura dei quadri come anche la coesione interna delle unità ed il tasso di consenso alla guerra nei diversi contesti nazionali. Il tema di Cappellano e Di Martino è dunque denso di implicazioni per una storiografia che guardi al «volto della battaglia» e agli uomini che la conducono.Gli aa. mettono a frutto la loro competenza sulla realtà operativa della Grande guerra per offrirci un quadro ricco e completo dell’evoluzione tattica e organica dell’esercito italiano nel conflitto. Attraverso l’esame delle disposizioni e degli studi del Comando supremo, si coglie la trasformazione della guerra italiana dall’originaria aderenza ai principi dell’offensiva del 1914-15, allo sviluppo di una appropriata battaglia di materiali, sostenuta a partire dal 1916 dai primi frutti della mobilitazione industriale. Sino all’emergere di una diversificazione interna alle fanterie ed a tentativi di articolazione del quadro operativo nel 1917-18.Queste fonti illuminano la farraginosità dell’adattamento italiano alla realtà della guerra di posizione, pur evidenziando il lavoro di osservazione e scambio di esperienze con altri settori della guerra dell’Intesa condotto ai vertici. Ne viene confermata una certa astrattezza delle direttive del Comando supremo italiano rispetto alla concreta realtà della linea, ed a volte della disponibilità dei mezzi, con uno scollamento rispetto ai comandi periferici che spicca nelle offensive del 1915 e trova sanzione in alcune fasi critiche sino a Caporetto.Le carte certificano i limiti del vasto corpo degli ufficiali di complemento che combinano entusiasmo e coraggio ad una mai sanata carenza di preparazione. Spicca la difficoltà di articolare e qualificare il movimento degli uomini sul campo di battaglia.Limite dell’opera sta forse proprio nel condividere con le proprie fonti una significativa indifferenza rispetto alla realtà della massa degli uomini alle armi. Quasi che, a parte opportune considerazioni sul tasso di istruzione, la larga provenienza contadina delle fanterie non costituisse anch’essa un carattere originale della condotta italiana della guerra. Scarsa adesione ma anche rassegnazione e solidarietà collettiva degli uomini nei reparti connotano tanto la capacità di morire in gruppo sotto il fuoco quanto l’assenza di fluidità dei movimenti organizzati. Nel complesso si conferma un’evoluzione dell’esercito che mette a frutto la mobilitazione del paese, ipotizzando trasformazioni importanti in prospettiva, fermandosi però alle soglie di un passaggio che poneva problemi nuovi di mobilitazione partecipata e «competente» che anche il fascismo non avrebbe saputo risolvere.


Marco Di Giovanni