SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La via dell’Inferno. Il progetto cattolico nella storia della televisione italiana

Flaminia Morandi

Bologna, Odoya, 351 pp., euro 20,00 2009

È il progetto culturale cattolico che ha accompagnato buona parte della storia della televisione italiana il fulcro del libro di Morandi, come recita il sottotitolo. Mentre il titolo, apparentemente enigmatico, l’a. lo spiega nelle prime righe: la via dell’inferno è spesso lastricata di buone intenzioni e così deve essere successo alla tv italiana, nata e allevata da «una famiglia cattolica» (p. 7), messa al servizio di un obiettivo pedagogico di alto livello, che si ritrova oggi sotto scacco da parte dei new media, impoverita nei contenuti e invecchiata come il suo pubblico. Senza peraltro che in questi cinquant’anni si sia risolto il problema cruciale della Chiesa, presente da secoli in riferimento all’arte: «il materiale può diventare segno e simbolo dell’immateriale?» (p. 321), ovvero i mezzi di comunicazione possono trasmettere il divino? Morandi, autrice radiotelevisiva, sceneggiatrice e teologa, ritiene che per l’evangelizzazione non ci sia altra strada che quella di unire Parola e Immagine, rendendo visibile l’invisibile anche attraverso i nuovi strumenti. Ma sa bene, come lo sa la Chiesa, quali e quanti rischi vi siano, primi fra tutti quello di banalizzare i messaggi e quello di indulgere troppo alle logiche della spettacolarizzazione, che assai poco hanno a che fare col linguaggio intimo della fede.Ma il libro non parla solo del rapporto tra Chiesa e televisione; offre anche una sintesi della storia della gestione e della produzione televisiva italiana, seguendole nei tortuosi meandri dell’evolversi del quadro politico. Ci parla quindi della tv di Filiberto Guala, amministratore delegato Rai nel 1954-56, uomo di profonda fede cattolica e di grande esperienza manageriale; di Ettore Bernabei, l’«uomo di fiducia» dei fanfaniani, direttore generale della Rai per 14 anni, che tanto si impegnò per estromettere i vecchi «mandarini» della gestione pre-democristiana e per fare una televisione di qualità, al servizio del progetto umanistico e cristiano della Dc. Ci descrive poi le vicende che portarono alla riforma del 1975 e come, in assenza di norme adeguate, si giunse prima all’esplosione selvaggia di emittenti private e poi al consolidamento del duopolio Rai-Fininvest. L’ultima parte è dedicata agli sviluppi degli ultimi anni: dalla rivoluzione del digitale terrestre ai nuovi programmi «multipiattaforma», dalla legge Gasparri alle trasformazioni operate sul pubblico e sulle abitudini di consumo dalla globalizzazione mediatica.Il tutto, naturalmente, senza dimenticare quello che la tv produce e offre, ossia i programmi: fiore all’occhiello della gestione bernabeiana, soprattutto nel settore giornalistico, negli sceneggiati e nella tv per ragazzi, i programmi hanno subito la colonizzazione americana negli anni ’80 per poi veder riemergere prodotti autoctoni o format europei. Il punto di arrivo, non solo in Italia, è quello della televisione-industria, investita dalla globalizzazione e sempre più omologata a livello planetario, non più «servizio» ma business. Insomma una tv lontana anni luce da quella dell’età d’oro di Bernabei e con la quale anche la Chiesa, nonostante i circa 2.000 canali cattolici nel mondo, fa sempre più fatica a misurarsi.


Giulia Guazzaloca