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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Patagonia. Invenzione e conquista di una terra alla fine del mondo

Flavio Fiorani

Roma, Donzelli, VI-325 pp., euro 19,00 2009

Il nome Patagonia evoca viaggi avventurosi, che in effetti animano questo libro; ma ciò che l’a. racconta è soprattutto la storia dei modi in cui quella regione e i suoi originari abitanti sono stati percepiti dagli sguardi esterni di una lunga serie di viaggiatori, per lo più europei, che, mossi da diversi obiettivi e con diversi bagagli culturali, tra il XVI e il XX secolo li hanno prima intravisti, immaginati, rappresentati, raccontati e poi osservati, analizzati, catalogati, descritti.I primi due capitoli narrano la nascita e la durevole fortuna del mito dei «giganti patagoni», frutto della meraviglia e dello «sconcerto dell’Occidente di fronte a un’umanità inattesa» (p. 103) e a un «mondo alla rovescia», che i primi esploratori, in base ai canoni della geografia e della letteratura fantastica medievale, popolarono di esseri smisurati, al confine tra umanità e animalità, immagine dell’alterità assoluta, personificazione di una dimensione spaziale diversa e ignota e quindi essa stessa smisurata. Le abnormi dimensioni degli abitanti di quella «terra alla fine del mondo» vengono a lungo riproposte e si intrecciano con altre fantastiche invenzioni; pur rimanendo tali, i giganti progressivamente si umanizzano, mano a mano che il loro mito incontra i dibattiti sull’origine dell’umanità, la natura dell’indio americano, l’inferiorità del Nuovo Mondo. L’osservazione diretta e ravvicinata dei viaggiatori-scienziati di fine ’700 e i nuovi saperi del secolo dei Lumi si incaricano infine di ridimensionarne la taglia, mentre il «vuoto» patagonico si popola di soggetti meglio definiti, tribù nomadi o semi-sedentarie che in realtà da secoli avevano intrecciato una fitta trama di rapporti più o meno conflittuali con il mondo ispano-creolo, lungo una frontiera mobile e indefinita. Verso fine ’800 la Patagonia torna però ad essere rappresentata da politici e militari argentini come uno spazio «vuoto», abitato da «barbari» che devono essere eliminati fisicamente e/o culturalmente in nome del progresso e della civiltà, per consentire il consolidamento dello Stato-nazione. Gli indios sconfitti diventano «fossili viventi», gli ultimi cacicchi vengono «ospitati nel Museo antropologico e archeologico di Buenos Aires come personale di servizio» (p. 291). Infine, appannatosi anche il mito del progresso, nel ’900 la regione diviene meta privilegiata di viaggiatori-scrittori, il più noto dei quali è Bruce Chatwin.Si avverte una certa sproporzione all’interno del libro. La prima parte (capitoli I-III), qua e là appesantita da una scrittura ridondante e ripetitiva, ha come protagonisti assoluti il «vuoto» della Patagonia e il mito dei giganti; la seconda (capitoli IV e V), dove la realtà prende il sopravvento sull’immaginazione, più asciutta e godibile dal punto di vista stilistico, è però a volte sin troppo concisa. Resta ad esempio nel lettore la curiosità di sapere qualcosa di più a proposito dei rapporti tra indios e ispano-creoli, più volte accennati, o delle esperienze, emozioni e percezioni di quei viaggiatori che intrattennero rapporti non episodici con le popolazioni che abitavano la regione.


Gabriella Chiaramonti