SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Un codice unico per un'Italia nuova. Il progetto di codice penale di Pasquale Stanislao Mancini

Franca Mele

Roma, Carocci, pp. 325, euro 22,30 2002

Franca Mele è una giovane storica del diritto di scuola sassarese impegnata nella storia del penale che, seguendo l'esempio di Mario Da Passano, predilige l'analisi storica della legislazione. Niente di meglio, allora, che cimentarsi sulla codificazione penale postunitaria e mettersi alle prese con un grande politico giurista come Pasquale Stanislao Mancini. La fase indagata è cruciale. Si tratta del trentennio di gestazione del codice penale che sarà detto di Zanardelli (1889), nel quale Mancini avrà un ruolo di primissimo piano. Le questioni aperte sono molte e decisive: bisogna unificare la legislazione penale, dare un carattere al codice che tenga insieme la tradizione penalistica italiana e l'orientamento ?liberale? della nuova classe dirigente, conciliare l'ordine e la libertà, difendere insieme lo Stato e la società, imprimendo un carattere di civiltà alla giustizia punitiva. Franca Mele coglie un punto nodale e raduna questi problemi di fondo intorno alla questione centrale ? insieme pratica e simbolica ? della pena di morte. Mancini è da sempre l'alfiere della sua abolizione, ma gli eventi politici (basti pensare all'insurrezione meridionale dei primi anni Sessanta) lo hanno costretto a dolorosi ripiegamenti e faticose rimonte. L'anno glorioso è il 1876. Ministro di Grazia e Giustizia con la sinistra al potere, dopo un voto per l'abolizione della pena di morte ottenuto dalla Camera, inaugura la prassi (non più abbandonata) di non dare esecuzione a sentenze capitali, e si impegna su di un suo progetto di codice penale, mettendosi lui stesso al lavoro con una Commissione parlamentare di grande qualità. Entreranno così nel codice princìpi dottrinali elevati, soluzioni tecniche convincenti, scelte che il legislatore accetterà talora a fatica, ma che Mancini riuscirà a far passare spendendo dottrina, saggezza politica ed un immenso lavoro teso a dissipare dubbi e vincere resistenze. Vi si faranno anche scelte difettose (la tripartizione dei reati) che i successivi lavori sul codice correggeranno, ma si può ben dire che è sulla base del progetto Mancini che lavoreranno poi Savelli e Pessina e, da ultimo Zanardelli. Il codice penale del 1889 si discosterà, è vero, da quel suo primo modello, ma non sarebbe stato possibile senza di esso. La lunga ed accurata ricostruzione che Franca Mele fa di questa vicenda occupa il corpo principale del libro, e dà conto punto per punto delle questioni tecniche affrontate, dei ragionamenti e dei dubbi, dei dissensi, dei compromessi dottrinali e delle scelte maturate. Ne esce un largo quadro della scienza giuridica penale nell'ultimo terzo dell'Ottocento, per il piacere di chi ama vedere le norme prendere forma e comporsi in sistema, scoprire il come e il perché. Una bella appendice di lettere scambiate da Mancini con i massimi penalisti del suo tempo aggiunge piacevolezza alla lettura di questo libro, scritto bene e documentato come si deve. Non era lavoro facile. E non era facile evitare ?l'effetto cronaca? che il dare minutamente conto di ogni passaggio e fase del lavoro legislativo diffonde su tutto il libro. E' il prezzo a buon mercato che volentieri paghiamo per la messe di idee, di notizie e di documenti che questa ricerca ci fa conoscere.


Mario Sbriccoli