SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La doppia epurazione. L’Università di Pisa e le leggi razziali tra guerra e dopoguerra

Francesca Pelini, Ilaria Pavan

Bologna, il Mulino, 257 pp., euro 21,00 2009

Il libro è il frutto della ricerca di Francesca Pelini, prematuramente scomparsa, rielaborata da Ilaria Pavan. Dalla particolare angolatura dell’Università di Pisa, integrata, però, dalla postfazione di Ilaria Pavan estesa all’intero paese, il lavoro si concentra su alcuni dei momenti più cupi della storia dell’Università. Il primo è quello delle norme antisemite che allontanavano dalle università del regno 96 professori, 141 incaricati, 207 liberi docenti e 4 lettori. La ricostruzione delle ragioni della persecuzione antisemita suggerisce interessanti riflessioni. È noto il peso che, nella vocazione totalitaria del regime, assumevano gli intellettuali e le figure impegnate nella formazione dei giovani. Alle difficoltà di un controllo diretto e minuto di tutta la rete culturale il fascismo cercava di rispondere con l’intimidazione. La persecuzione antisemita, in particolare l’espulsione dei professori dalle scuole di ogni ordine e grado e dei docenti universitari fu, tra l’altro, anche una grande misura di intimidazione nei confronti degli intellettuali in genere, di docenti e insegnanti, in particolare. E questo spiega anche perché nella chiusura di scuole e università a insegnanti/docenti e alunni/studenti ebrei l’Italia sia stata addirittura più lesta della Germania. Era dunque la persecuzione antisemita il frutto anche di un scelta politica che non si collegava al progressivo avvicinamento del regime alla Germania hitleriana e spingeva Bottai a definire una via italiana al razzismo antisemita. Disegno, per altro, non senza esiti come conferma il caso della «biologia politica» di Pende. Il secondo fuoco di attenzione del lavoro è quello degli anni dell’allontanamento, dell’emarginazione, non di rado dell’emigrazione dei professori ebrei, ma anche quello dei tentativi di ottenere la «discriminazione» ed evitare così la dispensa dal servizio. Quattro erano in tutto il paese quelli che riuscivano a rimanere nell’università grazie a documentazioni spesso fasulle, o spregiudicate reinvenzioni delle relazioni familiari come nel caso di Attilio Gentili, potente ordinario della Facoltà di Medicina dell’Università pisana. Dolorosa era la persecuzione, ma non meno dolorosa era l’indifferenza con cui i docenti gentili assistevano alla espulsione di colleghi prima stimati. Il terzo momento è quello della fine della guerra. Che i professori ebrei colpiti dalle misure persecutorie della legislazione antisemita e cacciati dall’università dovessero riprendere la loro attività nel luogo e nella posizione da cui erano stati rimossi poteva sembrare ad alcuni scontato; ma scontato, come si sarebbe presto capito, non era affatto. A mortificare e spingere gli emigrati a rinunziare a rientrare in Italia provvedeva una legislazione ondivaga che si attestava sulle condizioni meno favorevoli ai professori ebrei. Quello, poi, che non poteva la normativa, potevano le resistenze delle università e le difficoltà sollevate dalla burocrazia ministeriale. Anche in questo caso una legislazione ambigua finiva per tutelare i diritti dei docenti che avevano sostituito gli espulsi, facendo di questi ultimi persone moleste e professori in sovrannumero.


Giovanni Montroni