SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Risorse

Enrico Berlinguer

Francesco Barbagallo

Roma, Carocci, 558 pp., euro 18,50 2006

Il Berlinguer raccontato da Francesco Barbagallo è una figura complessa e tormentata, figlia delle molte contraddizioni della sinistra, in un paese difficile e di frontiera come l'Italia.Il suo profilo è tratteggiato attraverso il vaglio di una ricchissima riflessione storiografica e di una dettagliata analisi documentale di prevalente carattere politico. La trama biografica, inoltre, finisce con il sovrapporsi immediatamente alla più generale storia collettiva del comunismo italiano, al cui interno Berlinguer sembra rappresentare una sorta di estremo e irrisolto tentativo di compiere il destino del «partito nuovo» togliattiano. Lo testimonia la centralità narrativa che l'autore affida al tema del compromesso storico, il grande incontro tra quelle masse popolari escluse dal processo risorgimentale che, tuttavia, erano divenute il perno della nuova Costituzione repubblicana e antifascista.Un Berlinguer pienamente togliattiano, insomma, che aggiornava la lezione del maestro sviluppandone le principali intuizioni, ma ereditandone anche una lettura assai problematica della democrazia italiana, segnata dalla persistente forza di interessi retrivi e pericolosamente ostili alle sinistre, annidati nei meandri del potere economico, negli apparati burocratici non elettivi, in un fascismo alimentato dai veleni della guerra fredda. Di fronte a ciò, i soci fondatori della Repubblica democratica erano costretti a difendersi, unendosi in una coalizione quanto più larga possibile, rifiutando una logica bipolare del sistema politico e, a maggior ragione, l'ipotesi di un'alternativa di sinistra. La democrazia italiana, in altri termini, era ancora troppo fragile per sopportare un governo progressista forte, appena, di un 51 per cento dei consensi. Soprattutto, evidenzia a più riprese Barbagallo, se il protagonista doveva esserne un partito come il PCI, drammaticamente combattuto tra l'orgogliosa appartenenza internazionalista e la concreta pratica riformista. Era proprio su questo terreno che Berlinguer incontrava alcune convergenti preoccupazioni di Aldo Moro e la sua riflessione sulla cosiddetta «terza fase» della Repubblica.La morte del leader DC non troncava di netto soltanto il dialogo tra i due leader, ma bloccava definitivamente la democrazia italiana, ingessandola nella formula di un pentapartito che l'autore legge come la miope auto-condanna di un sistema politico, crollato ? poi ? nel giro di poco più di un decennio. Un destino probabilmente non ineluttabile, soprattutto se Craxi e Berlinguer avessero saputo «intendersi» e costruire un asse non conflittuale tra le rispettive forze, nonostante le invalicabili differenze che segnavano le rispettive personalità e i modi di intendere la vita e la politica. Ma anche, aggiungerei, se il PCI avesse scelto di adeguare la forma alla sostanza, l'identità alla concreta pratica riformatrice, dispiegando conseguenti strumenti analitici per leggere in maniera corretta la crisi degli anni Settanta: un errore che non fu un incidente di percorso, ma il prodotto della distorta ottica catastrofista, tipica di una cultura economica nata in seno all'esperienza della Terza Internazionale.


Giovanni Cerchia