SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il potere della camorra (1973-1998)

Francesco Barbagallo

Einaudi, Torino 1999

Venticinque anni di storia della camorra, dalla rinascita intorno alla metà degli anni settanta sino alla attuale modernità criminale, con i boss capaci di occupare il centro della società campana. È quanto ci racconta Barbagallo in questo agile libretto, facendo dello studio delle vicende criminali uno strumento di riflessione sul farsi concreto del potere nella società contemporanea. I ventuno brevi capitoli ci narrano le gesta dei clan camorristici ma anche di politici, imprenditori, magistrati, tutti attori, a vario e diverso titolo, di un perverso intreccio che causa una gestione anomala degli apparati dello Stato ed un mancato sviluppo del libero gioco del mercato, sino a creare uno "Stato illegale di massa". Il libro è ben scritto e coniuga capacità divulgativa e consistenza scientifica; l'a. ci mette a disposizione una mole notevole di informazioni avvalendosi quasi interamente di documenti di prima mano (rapporti investigativi, verbali di interrogatori di imputati e collaboratori di giustizia, sentenze). Fonti quindi di natura giudiziaria, ma usate con abilità e cautela metodologica per ricostruire un contesto; Barbagallo è ben attento a non oltrepassare i confini del proprio essere storico (pur non mancando a quell'esercizio storiografico irrinunciabile che è l'attribuzione di responsabilità), e la sua tensione civile cementa tutto quello che decide di raccontarci, senza inficiare la validità di una ricostruzione storica drammatica e agghiacciante, segnata da alcuni momenti chiave: i soldi della ricostruzione post-sismica finiti ad arricchire i clan; il dominio incontrastato per tutti gli anni ottanta di boss come Carmine Alfieri, Mario Fabbrocino e Francesco "Sandokan" Schiavone, che mantengono il monopolio sui grandi affari e sulle grandi opere pubbliche e controllano intere amministrazioni comunali; l'offensiva dello Stato e l'inizio della collaborazione di molti personaggi di spicco; la ridefinizione della leadership criminale nell'ultimo quinquennio, dopo il crollo del sistema di potere democristiano. Alla fine, nei due capitoli conclusivi carichi di un pessimismo forse eccessivo e venato di qualche moralismo di troppo, l'a. rileva la perdurante centralità sociale dei clan, che ancora oggi continuano a profittare di uno Stato incapace di mantenere un adeguato controllo del territorio e di risolvere i problemi di arretratezza sociale ed economica, elementi imprescindibili per creare quella relazione di reciproca fiducia tra cittadini e istituzioni, base della convivenza civile e democratica.


Gianluca Fulvetti