SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La questione della terra in Sudafrica. Ridistribuzione e democratizzazione

Francesco Rossolini

Roma, Carocci, 112 pp., euro 14,00 2009

Rossolini si cimenta con un tema complesso e di grande attualità nel Sudafrica post apartheid: la questione della terra. Tuttavia, il lavoro lascia disilluso il lettore rispetto alle sue aspettative di trovare una descrizione puntuale delle vicende contemporanee di detta questione. Il testo - di fatto un saggio di 58 pagine cui fanno seguito due appendici normative - si limita ad una ricostruzione generale di alcuni temi della storia del Sudafrica e ad analizzare una delle tre componenti della riforma agraria sudafricana, quella della restituzione, l’unica che abbia raggiunto i suoi obiettivi.Anche se l’a. indica esplicitamente di aver esaminato solo il periodo 1990-1996 (p. 33), è chiaro che il mancato riferimento al panorama più ampio della riforma (che include il programma di ridistribuzione e quello della riforma del sistema di accesso comunitario consuetudinario alla terra) resta una debolezza per un lavoro pubblicato tredici anni dopo il periodo scelto nell’analisi. Sarebbe stato utile almeno menzionare la struttura complessiva della riforma, indicando le ragioni della scelta di analizzare alcuni temi specifici. Peraltro, la questione della terra nel Sudafrica odierno si gioca sulla ridistribuzione (il cui risultato è ancora ben lontano dagli obiettivi prefissati) e ancor più sulla contestata riforma dell’accesso alla terra approvata nel 2004, legge che ha sollevato un ampio dibattito nel paese e che, di fatto, non è ancora stata implementata a seguito di cause intentate da alcune comunità rurali. La mancanza di una ricostruzione, anche sintetica, dei diversi elementi della riforma è confermata dall’assenza di testi di riferimento che discutano la questione della terra in Sudafrica, in Africa o più in generale nel quadro delle teorie sulle riforme agrarie.Generica la ricostruzione di una serie di temi storici, a cominciare dal fatto che si parli soltanto della struttura socio-politica del «popolo afrikaner», mentre la storia segregazionista del Sudafrica è connessa a dinamiche più complesse riguardanti i rapporti fra i due principali gruppi bianchi (inglesi e afrikaner) e fra questi e la maggioranza nera. Non del tutto chiara è l’affermazione che «in poco tempo i bianchi e di conseguenza gli afrikaner hanno perso il controllo, almeno politico, del paese, la supremazia imposta con guerre e stermini ha cessato di esistere ed essi sono stati catapultati in un sistema democratico. L’idillio è svanito e al suo posto è iniziato un incubo» (p. 32). Se è indubbio che la fine del regime di apartheid abbia prodotto grandi trasformazioni e certamente anche paure in alcuni settori della società bianca, ciò è però avvenuto in un contesto di fortissima mediazione politica volta a garantire la riconciliazione interna.In sostanza il libro appare come un primo tentativo, limitato però nella sua impostazione, di discutere una questione di grande rilevanza per l’Africa e per il sistema internazionale. Confidiamo che l’a. possa proseguire questi studi con un approfondimento del complesso argomento che questo lavoro non riesce a presentare in maniera sufficientemente articolata.


Mario Zamponi