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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Filologia e identità nazionale. Una tradizione per l'Italia unita (1840-1940)

Francesco Sberlati

Palermo, Sellerio, 359 pp., Euro 22,00 2011

Il volume comprende cinque saggi, quattro dei quali ripresi ed ampliati rispetto alla loro versione originaria, preceduti da un articolato contributo introduttivo; tre in effetti legati da un più visibile nesso tematico, quello dedicato ad alcuni aspetti del medievalismo manzoniano (pp. 47-80), il secondo, su Emiliani Giudici storico della letteratura italiana (pp. 81-113), e il terzo - inedito, e principale - che sotto il titolo di Filologia e identità nazionale ripercorre alcuni svolgimenti postunitari dei dibattiti sulla lingua attraverso l'esame dell'opera di vari rilevanti interlocutori in quelle discussioni, Fanfani e Settembrini, il dantista Scaravelli e il più eccentrico, ma interessante, Buscaino Campo, Ascoli e Petrocchi, fino a De Amicis e Pascoli (pp. 114-268). Anche il capitolo su Gramsci storico della lingua (pp. 269-301) si connette abbastanza organicamente al disegno generale del volume, mentre appare più marginale l'ultimo contributo, un sommario profilo della ricezione italiana della Renaissanceburckhardtiana (pp. 302-341).Occorre rilevare un tratto di fondo che caratterizza queste pagine. L'esame interno dei testi considerati, specie nella ricostruzione della fitta trama di questioni collegate alla problematica polarità lingua-dialetto, sembra in molti luoghi suggestivo ed efficace, e ne derivano vari utili spunti; debole è invece la proiezione esterna di queste analisi, il riferimento al contesto, troppo spesso affidato a frasi enfatiche ed allusive, prive di riferimenti precisi, come quando, ad esempio, ci si richiama genericamente alla legislazione scolastica postunitaria - «Provvedimenti normativi di varia natura svolazzano irrilevanti dal Parlamento al paese» (p. 32) - senza mai entrare nel merito. Ma il dettaglio è a volte peggiore; e il lettore, sorpreso, apprende che tra il 1871 e il 1872 Manzoni era «novantottenne» (p. 187); che la Storia desanctisiana sarebbe stata importante come strumento didattico (p. 101), mentre sono ormai noti, anche dal punto di vista quantitativo, i termini di una notevole sfortuna sul mercato scolastico, durata vari decenni; che l'appello di Villari al metodo storico sarebbe «derivato dalla sfera delle scienze esatte» (p. 136), mentre, e anche questa è cosa risaputa, si collegava direttamente all'anticomtismo di J. S. Mill. E si potrebbe continuare a lungo, rilevando, ad esempio, che l'edizione chabodiana del Principe non risale al 1933 (p. 44), ma è un lavoro giovanile apparso nel 1924, o che il principio della gratuità dell'istruzione elementare non fu sancito nel 1877 (pp. 160-61); De Vecchi, poi, era ministro dell'Educazione nazionale, non popolare, e la vicenda delle sanzioni non fu quella che l'a. evoca (p. 20), e via discorrendo. Pensando, poi, alla battuta di Manzoni sulle rugiade del Medioevo, dalle quali, scriveva nel Discorso, Dio avrebbe dovuto risparmiare anche l'erba del nemico, appare dubbio attribuire allo stesso una visione della «condizione "barbarica", positivamente intesa come manifestazione dell'energia ferina e della vitalità dionisiaca» (p. 79). Peccato, perché si tratta di pagine tutt'altro che prive di pregi.


Mauro Moretti