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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Storia della massoneria italiana. Dal Risorgimento al fascismo

Fulvio Conti

Bologna, Il Mulino, pp. 457, euro 24,00 2003

Punto d'approdo di una riflessione durata più di un decennio, il volume ricostruisce le vicende della massoneria italiana, dalla sua rifondazione nella Torino del 1859 fino alla soppressione ad opera del fascismo nel novembre 1925. Il principale tra i molti indiscutibili pregi del libro è la capacità di rivisitare la nota interpretazione gramsciana, che vuole la massoneria come ?l'unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo?, cogliendone la parte che conserva ancora un pregnante valore euristico. Rinata sulla base dei medesimi valori culturali e principi filosofici del suo primo secolo di vita, esclusiva ed egualitaria al tempo stesso, l'istituzione massonica postunitaria presenta tratti sociali assai diversi dal periodo precedente in cui costituiva punto di riferimento per le classi aristocratiche e altoborghesi e per il ceto intellettuale. Caratterizzandosi ora quale luogo di aggregazione della media e piccola borghesia soprattutto urbane, essa finisce con il rispecchiare nella composizione della sua membership le specificità e i mutevoli itinerari delle borghesie locali, suggellandone il successo nella talora difficoltosa ascesa e rappresentandone insieme il cemento ideologico sull'intero territorio nazionale. Dunque, più che partito ? che la massoneria non intende mai essere ? ?luogo di coagulo di schieramenti politici affini intorno a un progetto di integrazione delle classi medie nello Stato nazionale e di modernizzazione e democratizzazione del paese in senso laico?. Un progetto politico e culturale che funziona da elemento di raccordo tra le varie forze liberali e progressiste e che inevitabilmente si accompagna a una forte volontà di protagonismo. Il peso giocato in età giolittiana dall'obbedienza di Palazzo Giustiniani (e per altri versi anche dalla neonata rivale Gran Loggia d'Italia) costituisce il punto più alto del processo di politicizzazione dell'istituzione che, con la gran maestranza di Ettore Ferrari, si propone come punto di riferimento ideale della sinistra laica di ispirazione riformista e, abbandonata ogni prudenza, sostiene esplicitamente nelle elezioni amministrative del 1908 e nelle politiche del 1909 le forze democratiche e socialiste coalizzate nei blocchi popolari. È questa una fase, destinata a durare fino alla vigilia del conflitto mondiale, di forte espansione dell'ordine liberomuratorio (nel 1912 conta circa 25 mila aderenti) e contrassegnata ? come l'autore argomenta sulla base dell'esame dei dati relativi a circa 70 mila iscritti ? da un suo più marcato radicamento nelle regioni meridionali. Prima la scelta interventista e poi il ruolo svolto durante la guerra in termini di preparazione, mobilitazione e assistenza civile nonché di contenimento dei gruppi pacifisti e di difesa delle aspirazioni espansionistiche, rappresentano i passaggi essenziali per comprendere incertezze e ambiguità nella complessa situazione del dopoguerra. Sono proprio le pagine dedicate a questa fase e alle posizioni assunte da Palazzo Giustiniani di fronte all'affermazione del fascismo a restituirci una sintesi equilibrata ed efficace che dà la misura della drammaticità del confronto tra le diverse anime presenti nel sodalizio.


Daniela Adorni