SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Sovversivi. Cospirazione comunista e ceti subalterni in Friuli fra le due guerre,

Gabriele Donato

Udine, Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione, 487 pp., eu 2008

Rielaborazione della tesi di dottorato e di indagini condotte in una decina di fondi d’archivio, arricchite da una serie di interviste, il volume propone un’attenta lettura della storia della federazione friulana del Partito comunista dalle sue origini allo scoppio della seconda guerra mondiale, centrando l’attenzione soprattutto sulla provincia di Udine, caratterizzata - spiega l’a. - da un particolare dinamismo della rete cospirativa antifascista.Piuttosto che una storia politica dell’organizzazione durante il fascismo, che pure viene ricostruita guardando ai complicati rapporti fra la rete locale e le organizzazioni nazionali e internazionali, Donato illustra la vita quotidiana e le condizioni della militanza di uomini e donne che scelsero di agire nella clandestinità. Il caso friulano sembra configurarsi come un osservatorio privilegiato - e atipico - per capire le caratteristiche di quell’«antifascismo esistenziale» analizzato in sede storiografica da diversi anni, in opposizione a una interpretazione dell’antifascismo come fenomeno tutto politico e riservato a ristrette élites, o come semplice «cavallo di Troia» del bolscevismo in Occidente.Nonostante la repressione, capace di disarticolare a più riprese settori del sovversivismo (p. 333), in quest’area riuscì a sopravvivere una rete antifascista clandestina fino al crollo del fascismo, dotata di alcune caratteristiche peculiari. Una rete a maglie strette che - come in alcune zone dell’Italia centrale, penso alla Valdelsa - tendeva a coincidere con l’attività cospirativa comunista, che mantenne fili di continuità organizzativa per tutto il ventennio - a dispetto dei ripetuti arresti e dell’instabilità occupazionale di gran parte dei militanti -, e che in alcuni momenti riuscì persino a mostrare una certa forza d’impatto nella realtà locale, malgrado le difficoltà dei comunisti nel reclutare aderenti tra gli operai delle grandi fabbriche. Come nel 1928, con lo sciopero delle 3.000 operaie dei cotonifici durato più di un mese, quando i comunisti riuscirono a organizzare un comizio (p. 171), o come durante le mobilitazioni contro la disoccupazione nei primi anni ’30.Ripercorrendo le biografie dei comunisti friulani, emergono le difficoltà dell’attività clandestina per un ambiente a prevalenza maschile (Teresa Noce, inviata in Friuli nel 1931, si sarebbe chiesta perché «in tutta Udine non ci fosse neanche una donna comunista» alle riunioni, visto che molte lavoravano e rischiavano per il Partito, ma con ruoli subordinati, cfr. p. 297), guidato da uomini divenuti adulti tra guerra e dopoguerra, e composto essenzialmente da artigiani, braccianti e lavoratori di piccole e medie manifatture. Si coglie l’importanza di riti di passaggio - rappresentati, ad esempio, dalla stampa e dalla diffusione di opuscoli e manifestini - per processi di acculturazione politica che sembrano seguire le dinamiche delle relazioni comunitarie e familiari (cfr. pp. 133, 193, 197), in una zona solo parzialmente industrializzata e ancora profondamente legata alle culture e ai linguaggi del mondo rurale.


Roberto Bianchi