SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Lo Stato educatore. Politica e intellettuali nell'Italia fascista

Gabriele Turi

Roma-Bari, Laterza, pp. XII-392, euro 24,00 2002

La cultura è tradizionalmente uno dei luoghi privilegiati della comprensione storica del fascismo. Ai tempi degli Hyksos e nella stagione più recente del consenso. Su questo terreno, a partire dalla fine degli anni Sessanta e, in forme più intense, lungo tutto il decennio successivo, una nuova generazione di storici ha rimesso profondamente in discussione modi e limiti della tradizione antifascista. Ufficialità e autocelebrazione dell'Italia repubblicana, lunghi viaggi e affrettate autoassoluzioni. Fascismo e Antifascismo hanno cominciato ad essere letti l'uno nello specchio dell'altro. Con una carica di revisione storiografica che allora poté essere opposta alla retorica dominante della Repubblica nella ricerca di una sintesi politica nuova e più avanzata. Di quella stagione resta innanzitutto un notevole ampliamento del campo della ricerca. La moltiplicazione degli oggetti e una più raffinata strumentazione di analisi. La sfera della comunicazione culturale, le sue istituzioni, il cinema, la radio, l'editoria, i linguaggi della politica. Rispetto a quella stagione, mi pare che il lavoro di Turi si caratterizzi per una maggiore fedeltà al lascito dell'antifascismo, nel segno di un legame profondo con la tradizione culturale fiorentina e con la centralità che in essa assume la lezione di Eugenio Garin. A quella lezione il lavoro di Turi si richiama costantemente. Da lì ricava la sollecitazione ad una indagine meticolosa sugli intellettuali italiani tra le due guerre. In forte polemica con ogni ipotesi di una reciproca estraneità tra cultura e regime, e con quella forma surrettizia che il mito dell'autonomia dei dotti assume nella celebrazione ricorrente dei fascismi critici, gli studi di Turi hanno messo l'accento sulle nuove funzioni della politica. Sull'organizzazione della cultura nella costruzione del regime. Sulla mobilitazione dei dotti in funzione della direzione e della organizzazione dei ceti medi. La stessa categoria di consenso ne è uscita precisata, in relazione agli ambiti, ai protagonisti, ai suoi stessi limiti. Al ruolo degli intellettuali Turi ha dedicato studi ormai più che trentennali. Una ricerca nata intorno alla vicenda dell'Enciclopedia italiana e che si è coagulata a metà degli anni Novanta nella biografia di Giovanni Gentile. E Gentile è ancora al centro di questa raccolta di saggi. Gentiliano il titolo. La straordinaria operosità culturale, la chiarezza con la quale il filosofo siciliano definisce l'ufficio del dotto come esercizio di una funzione di governo, la netta riformulazione della tradizione intellettuale risorgimentale in termini di pedagogia politica e di educazione nazionale, fanno dell'opera di Gentile e del suo ruolo un momento fondamentale della comprensione delle nuove funzioni intellettuali e dell'intreccio di politica e cultura che il fascismo produce. La ricerca di Turi si muove lungo le linee del rapporto tra Stato e Società. Attenta alle forme e agli attori della mediazione. In questo contesto si iscrive l'interesse più recente per la storia delle professioni liberali. Che il volume testimonia attraverso un saggio specifico ad esse dedicato e, più diffusamente, con la costante attenzione ai corpi sociali intermedi e al loro destino durante la dittatura. Tra subordinazione e persecuzione.


Adolfo Scotto di Luzio