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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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William Lescaze. Un architetto europeo nel New Deal

Gaia Caramellino

prefazione di Jean-Louis Cohen, Milano, FrancoAngeli, 256 pp., Euro 30,00 2010

Il libro arricchisce la robusta tradizione di interesse di storia dell'architettura e dell'urbanistica italiana per le vicende degli anni '30 americani. Esso, infatti, è una biografia culturale e professionale dell'architetto di origini svizzere, William Lescaze, formatosi alla Scuola superiore tecnica di Zurigo, all'avanguardia del distacco dall'ortodossia delle Beaux-Arts, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1920, e che ha seguito la vicenda architettonica e urbanistica modernista del New Deal con un interesse prevalente per il low-cost housing, il nesso tra politiche sociali, retoriche e professionalità architettoniche e potere pubblico.Il libro ha intenti interpretativi «forti» e critica la definizione di «stile internazionale» data dalla grande mostra sull'architettura moderna al Moma di New York nel 1932 che, ad avviso della studiosa, ha canonizzato alcuni architetti europei ed ha invece trascurato una generazione precedente sparita dalla memoria, a cui Lescaze appartiene, che ha introdotto a inizio anni '30 negli Usa newdealisti retoriche architettoniche e urbanistiche europee degli anni '20. D'altra parte la polemica, sintetizzata nel sottotitolo «Un architetto europeo nel New Deal», è contro quella che viene vista come una prevalente interpretazione «americanizzante» dell'emigrazione di architetti e urbanisti europei tra le due guerre, dimenticando la persistente rilevanza della lezione europea portata da questi migranti intellettuali e professionali. Una matrice che si perde solo, dice l'a. «alla fine degli anni Cinquanta (caratterizzati) dal progressivo declino degli immaginari di matrice europea e dei valori di cui erano portatori, ormai filtrati dalla cultura nordamericana e ampiamente diffusi dai programmi federali dell'immediato dopoguerra» (p. 222).Un libro audacemente e apprezzabilmente a tesi sulla cui fondatezza non ho le competenze per intervenire. Agli occhi dell'americanista politico il limite del libro è la sua accentuata internalità al dibattito specialistico di storia dell'architettura e dell'urbanistica, quasi ignorando quanto nella storiografia del rapporto transatlantico nel '900 è venuto maturando: il che avrebbe forse sfumato categorizzazioni un po' rigide di «americanità» e «europeità» a favore di una interessante storiografia delle ibridazioni e delle creolizzazioni. D'altra parte qualche attenzione in più ai molti testi di storia sociale di New York, avrebbe dato all'a. un maggior senso dell'impatto dei grandi piani di edilizia popolare sulla concretezza della vita degli utenti.Detto questo, ben venga un libro, con una ricca messe di fonti, che attraverso una figura importante, tecnica e intellettuale, nel quadro di innovazioni del periodo newdealista, reinterpreta anche la periodizzazione e le rilevanze nel rapporto novecentesco Europa-Usa in materia architettonica e urbanistica.


Maurizio Vaudagna