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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Dalla Vetta d'Italia all'abisso di Auschwitz. Storia di Elia Levi, un finanziere vittima della Shoah (1912-1944)

Gerardo Severino

Firenze, Giuntina, 120 pp., Euro 10,00 2011

Tra le numerose opere che trattano della Shoah, il ruolo più delicato è quello svolto dalle biografie, che spesso si scontrano con la necessità di ricostruire un percorso di vita (solitamente troppo «normale» per diventare oggetto di un libro) che precede quelle vicende dolorose dello sterminio ebraico per le quali la micro-storia in questione è diventata significativa. Ma la ricostruzione delle esperienze dei singoli, pur tra le difficoltà, è un percorso necessario, perché la Shoah è stata, per usare le parole di HannahArendt, la distruzione degli ebrei «en détail», dopo un accurato processo di distruzione degli ebrei «en masse», cioè delle loro comunità. Pertanto ogni singola storia diventa degna di attenzione particolare, in un percorso inverso di ricostruzione della memoria individuale, che contribuisce a formare una memoria più generale dell'ebraismo europeo. È questo il caso del volume di Severino, che narra la storia di Elia Levi (1912-1944), un giovane ebreo di Saluzzo che entrò nella Guardia di finanza nel 1931, per esserne cacciato all'inizio del '39 a causa delle leggi razziali dell'autunno precedente. Arrestato con la sua famiglia nel 1944, fu deportato ad Auschwitz, dove conobbe la tragica morte riservata dai nazisti al popolo d'Israele. Elia Levi fu tra quegli ebrei italiani che vissero un trauma ancor più duro dei correligionari, facendo egli parte della schiera di israeliti che, con convinzione e senso di appartenenza, avevano a lungo servito lo Stato che nel 1938 li tradì. Il lavoro, di sicuro interesse e gradevole lettura, presenta tuttavia alcuni punti deboli, inattesi in un volume di Giuntina, casa editrice generalmente molto attenta allo spessore storiografico del suo catalogo. Tra questi va segnalato il problema delle fonti documentali, sulle quali manca il necessario rigore: non vi è nel testo alcuna indicazione di quali documenti si siano consultati (diari, corrispondenze, testimonianze scritte e orali…), né nell'introduzione (dove si parla genericamente di documenti offerti all'a. dal cugino di Levi), né nelle scarne note a piè di pagina, né in appendice. Non è perciò chiara l'origine di pensieri, scelte e opinioni che l'a. attribuisce a Levi. L'impressione che le fonti documentali consultate non siano un corpus di notevoli dimensioni è data anche dallo spazio amplissimo (su 85 pagine effettive di testo) dedicato a un excursus sulla storia di Saluzzo, sul primo dopoguerra, sull'avvento al potere del fascismo e sulla Guardia di finanza, della quale peraltro l'a. parla spesso in toni celebrativi. Non mancano inoltre alcune ingenuità storiografiche, come quella per cui le leggi razziali italiane sarebbero state «emulazione della Germania» (p. 69), tema su cui c'è quanto meno un dibattito tutt'altro che scontato.


Enrico Palumbo