SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Film and the Shoah in France and Italy

Giacomo Lichtner

prefazione di Richard Bosworth, London-Portland, Vallentine Mitchell, IX-240 pp. 2008

È una storia della recezione della Shoah in Francia e in Italia attraverso la cinematografia. L'a. è consapevole della caratura politica di una simile operazione, che tende facilmente ad allargare l'orizzonte di lettura e d'analisi agli aspetti più generali della vita nazionale. La scelta di paragonare i due paesi riguarda soprattutto la comune esperienza di governi collaborazionisti. Paragonabili sono anche i sistemi politici successivi alla guerra, in particolare per il ruolo che vi ricoprono l'antifascismo e la Resistenza come miti di fondazione. È dunque comune una pendolarità tra rimozione e fagocitazione della Shoah nella più generale vicenda della lotta antifascista e resistenziale. Il lungo silenzio del dopoguerra durato circa un decennio è rotto dal francese Resnais con Nuit et Brouillard nel 1956. In quell'occasione fa notare l'a. nessun critico francese mise in evidenza che Auschwitz era stato principalmente un luogo dello sterminio ebraico. La coincidenza con la crisi di Suez deve avere avuto un peso. Tale sottovalutazione sarebbe continuata con i film di una fase successiva, fin dentro gli anni '60, con Enclosure (A. Gatti, 1961), Kapò (Pontecorvo, 1960), L'oro di Roma (Lizzani, 1961) che fanno proprio il sentimento di colpevolizzazione degli ebrei per non avere reagito alla persecuzione. Ma non è forse un aspetto importante della elaborazione dell'identità ebraica del dopoguerra? E uno deipunti di permeabilità nel dibattito che coinvolge sia le comunità ebraiche, sia la cultura democratica, sia la valutazione del ruolo d'Israele come luogo della forza? La rimozione dunque è anche un problema ebraico-israeliano (si pensi a Segev, Il settimo milione). Nuit et Brouillard ebbe il merito di mostrare il sistema concentrazionario e la macchina della morte seriale aprendo la strada a Le Chagrin e la Pitié di Ophuls (1969). Siamo secondo l'a. ad un altro passaggio epocale che distingue le due cinematografie, più pronta la francese a rinnovare il proprio approccio. Ophuls affronta il tema del coinvolgimento francese nella persecuzione degli ebrei in coincidenza con la caduta di De Gaulle e con la fine del mito resistenzial-gollista. Il passaggio fondamentale sarà rappresentato dalla trilogia di Lanzmann (1985-2001) che ricostruisce il funzionamento del sistema concentrazionario e riesce a recuperare la voce dei «sommersi». In Italia invece si dovrà aspettare, per mettere in evidenza questo coinvolgimento, nonostante l'impegno di un De Sica (Il Giardino dei Finzi Contini, 1970). Considerare la Resistenza guerra patriottica contro lo straniero comportava il riconoscimento della sola responsabilità tedesca nella deportazione. E dire che la cinematografia italiana aveva anticipato il tema della guerra civile, con Tiro al piccione di Montaldo (1961), ispiratore del Lacombe, Lucien di Malle (1974), che l'a. pone già al di là dello spartiacque del tabù collaborazionista. Ritengo che il problema non sia solo di recupero del punto di vista ebraico nella Shoah, ma di una più complessa ricostruzione dei contesti storici nazionali cui il pur ben costruito studio di Lichtner si riferisce.


Rosario Mangiameli