SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Guerra nucleare. Da Hiroshima alla difesa antimissile

Giampaolo Valdevit

Milano, Mursia, pp. 288, € 20,00 2010

Quello di Valdevit è un libro coraggioso, che non esita a porsi una domanda tanto cruciale quanto complessa: come è stato possibile evitare un conflitto nucleare durante la guerra fredda, nonostante l'accumularsi di un arsenale atomico di gigantesche proporzioni? McGeorge Bundy, nel suo Dangers and Survival, aveva aperto la strada alle riflessioni su questo tema. L'a. segue la sua falsariga, descrivendo più di cinquant'anni di politica nucleare statunitense (e sintetizzando in appendice quella sovietica), sulla base di fonti primarie e letteratura secondaria. Si tratta di uno studio benvenuto in Italia, paese parco di contributi sulla questione, ai quali peraltro l'a. non ritiene utile far riferimento, anche quando, come nel caso di Marilena Gala (Il paradosso nucleare), gli sarebbero serviti a chiarire alcuni passaggi intricati del testo. Il libro solleva, innanzi tutto, una questione ontologica: è possibile fare la storia di ciò che non è successo? E da questa domanda ne emerge una di carattere metodologico: qual è l'universo di documenti cui lo storico deve far riferimento per cogliere il perché di questo «non accadere»? Esistono ricostruzioni del dibattito strategico, del decision-making, del rapporto fra scienziati e amministrazione; Valdevit, in modo originale, decide di fare tutto assieme. Questo, se gli permette di giocare su diversi piani, crea un senso di labirintico caos, legato alla difficoltà di capire non solo i giochi di potere che hanno retto la politica nucleare statunitense ma anche la razionalità delle strategie che avrebbero dovuto giustificarla. Ad esempio, dopo la «rottura del tabù nucleare», che si consuma nel 1955, quando Eisenhower afferma pubblicamente «che le armi nucleari tattiche si possono usare "come una pallottola" anche se vanno dirette "esclusivamente contro obbiettivi militari"» (p. 98), il presidente continua a considerare la guerra nucleare limitata come «mera anticamera del conflitto generalizzato», escludendola «dal novero delle potenzialità militari» (p. 133). Ma è proprio su questa ipotesi che si basano i piani militari della Nato e le dottrine di impiego campale sviluppate dagli eserciti europei. L'a. sostiene che è al mondo della politica, «soprattutto quello fatto da uomini liberi», che bisogna guardare per capire il successo della «bilancia del terrore» (pp. 11 e 245). Questa bilancia, però, come ben mostra il suo libro, è garantita da entrambi gli attori, e non solo dai democratici Stati Uniti. Fin dall'inizio, l'Urss è conscia del rischio insito nella corsa nucleare e cerca di sventarne i maggiori pericoli. L'operazione con la quale dà il via al proprio programma nucleare si chiama Borodino (p. 225), nome della battaglia nella quale il vecchio generale Kutuzof concesse a Napoleone una temporanea vittoria, costringendolo, un mese dopo, ad intraprendere la sua famosa ritirata senza dover far ricorso a scontri armati maggiori. Insomma, se ci avviciniamo alla storia nucleare attraverso un'adesione acritica ai documenti rischiamo di rimanerne travolti, se ce ne allontaniamo il rischio è quello dei giudizi infondati. Fa piacere che qualcuno abbia il coraggio di assumere entrambi per cercare di arrivare a una ragionevole sintesi.


Lorenza Sebesta