SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Cilindri e feluche. La politica estera dell’Italia dopo l’Unità,

Giancarlo Giordano

Roma, Aracne, 412 pp., euro 21,00 2008

Il volume, diviso in tre parti, si propone di colmare un vuoto della storiografia italiana e internazionale sulla politica estera dell’Italia post-unitaria. La prima parte (1861-1876) è caratterizzata dal completamento dell’unità nazionale e dalla presenza alla Consulta di uno straordinario ministro degli Esteri, il marchese Emilio Visconti Venosta, che seppe guidare la politica estera italiana con grande prudenza. Un’opera resa più difficile a causa della Questione romana e delle pesanti interferenze del re che, come denunciava il barone Ricasoli, «vuol fare della politica mentre non vi può essere che quella del governo». La seconda parte (1876-1896) va dai prodromi della crisi d’Oriente all’amara sconfitta di Adua. Un’epoca nella quale l’Italia, acutamente definita da Richard Bosworth «the least of the great powers», uscita dal Congresso di Berlino con le mani «nette», abbandona la politica basata sul motto «indipendenti sempre, isolati mai», si lega alle potenze centrali nella Triplice Alleanza e si lancia nella sfortunata campagna africana. In questa fase emerge la figura di un altro grande ministro degli Esteri, il conte di Robilant, che riuscì a concludere i primi accordi mediterranei con la Gran Bretagna e a rinnovare la Triplice Alleanza in senso più favorevole all’Italia. La terza parte del volume (1896-1901) vede di nuovo protagonista Visconti Venosta che, tornato alla guida del Ministero, salvo brevi intervalli, avvia una revisione della politica italiana volta a chiarire i rapporti con la Francia e a rivedere la posizione dell’Italia all’interno della Triplice Alleanza, per ottenere maggiori garanzie per la politica mediterranea. Questa politica, definita di «raccoglimento», portò all’accordo con Parigi ponendo fine a una controversia che si trascinava dalla presa di Roma e si era aggravata con il protettorato francese sulla Tunisia e con la politica di Crispi, che aveva dato alla Triplice Alleanza un’accentuazione antifrancese, peggiorata dalla crisi dei rapporti doganali.L’analisi di Giordano, pur tenendo conto con perizia della letteratura sull’argomento, si basa essenzialmente sulla corrispondenza contenuta nelle prime tre serie dei Documenti diplomatici italiani. Ciò offre una presa diretta sulle analisi, i suggerimenti e le decisioni, non solo di coloro che in questo periodo furono alla guida della Consulta ma anche dei «grandi» ambasciatori che fin dai primi anni del Regno svolsero la loro missione nelle più importanti capitali euro pee: Vittorio Emanuele d’Azeglio, ambasciatore a Londra dal 1859 al 1869; Costantino Nigra, tra il 1861 e il 1894 ambasciatore a Parigi, Pietroburgo, Londra e Vienna; Edoardo de Launay a Berlino dal 1867 al 1892; Carlo Lanza che lo sostituì dal 1892 al 1898; Giuseppe Tornielli, tra il 1889 e il 1908 prima a Londra poi a Parigi. Il libro offre un ottimo contributo sui rapporti internazionali dell’Italia anche se presta scarsa attenzione agli interessi economici che diventano sempre più importanti nell’età dell’imperialismo. Ma questo non può essere imputato all’a. quanto alle fonti da lui utilizzate: la scelta dei documenti pubblicati trascura, infatti, tali aspetti, rintracciabili peraltro nell’Archivio degli Esteri.


Marta Petricioli