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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Senza la Sicilia l'Italia non è una nazione. La Destra storica e la costruzione dello Stato (1861-1876)

Giancarlo Poidomani

Acireale-Roma, Bonanno, 497 pp., Euro 44,00 2009

Il volume prende in esame le politiche dei governi della Destra storica in Sicilia trattando quel quindicennio come periodo unitario ed omogeneo. Se il superamento della visione Palermo-centrica è valsa a confermare l'inadeguatezza dello stigma dell'immobilismo economico, sociale e culturale dell'isola e a mettere in luce lo sviluppo di plurimi scenari urbani con differenti esiti in termini di modernizzazione e di politicizzazione della società, la scelta di collocare al centro della ricostruzione gli anni 1860-1876 non ha impedito all'a. di dedicare ampio spazio all'esperienza della Sicilia borbonica e di raccordare la fase del «governo dei savi» alle politiche nazionalizzanti della Sinistra storica (non a caso è proprio un'affermazione di Depretis a dare il titolo al volume).I primi due capitoli rimandano più specificamente ai processi di State-building mentre i restanti tre appaiono piuttosto muoversi sul terreno del Nation-building. La divisione non è, ovviamente, così schematica, ed anzi, la consapevolezza della sovrapposizione e circolarità dei due processi finisce col plasmare una narrazione costellata di continui rimandi e nessi interni in cui la minuziosa ricostruzione di singoli episodi vale a ridefinire e arricchire i nodi interpretativi enunciati in apertura. Le molte microstorie di cui il lavoro si avvale si ricompongono in un quadro interpretativo più ampio che restituisce appieno il senso di quel paradosso del «comando impossibile» che trova nello specifico siciliano una declinazione singolare ma pur sempre paradigmatica. La «normalizzazione» autoritaria e accentratrice tentata dalla Destra - in una Sicilia che l'a. descrive segnata da strozzature distorsive del sistema economico, attraversata da un ribellismo perenne, politicamente connotata dalle spinte antisistemiche, «inquinata» in alcuni settori delle sue élite da collusioni con la mafia, spesso incapace nel particolarismo dei suoi poteri locali di un corretto dialogo istituzionale con il centro - appare allora come una sorta di condizione necessaria al dispiegamento della parte positiva del suo progetto di governo: quella che si tradusse nelle politiche di apertura e liberalizzazione dei mercati (primo, quello della terra), di massiccia infrastrutturazione del territorio, di impulso e di laicizzazione del sistema dell'istruzione, di regolamentazione del sistema assistenziale, di riordino delle istituzioni sanitarie, di trasformazioni urbanistiche che ridefinirono gerarchie territoriali e funzioni delle città.Sarebbero state utili delle conclusioni che, oltre a riprendere temi e problemi già posti nell'introduzione, formulassero ulteriori domande e proposte interpretative. Inoltre, un lavoro caratterizzato dal serrato confronto con la storiografia sul tema, in grado di dialogare con gli approcci sociologico e politologico, forte di una vasta, variegata e solida base documentaria avrebbe meritato una bibliografia finale di riferimento e un indice dei nomi, sicuramente utili al lettore a più agevolmente orientarsi nelle cinquecento pagine.


Daniela Adorni