SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il razzismo totalitario. Evola e la leggenda dell'antisemitismo spirituale

Gianni Scipione Rossi

Soveria Mannelli, Rubbettino, 126 pp., Euro 9,00 2007

La storiografia più recente ha contribuito ad approfondire la dimensione del razzismo e dell'antisemitismo di Julius Evola, contrapponendosi all'impostazione defeliciana che ne accentuava i tratti spiritualistici nell'intento di dimostrare la distanza del razzismo fascista dal modello nazionalsocialista.In realtà, Evola, negli anni '30 e '40, non ha mai parlato di razzismo «spirituale», quanto piuttosto di razzismo «totalitario» o «tradizionale». La sua concezione di un razzismo articolato su tre livelli (del corpo, dell'anima e dello spirito) presupponeva un processo di razzizzazione ben più rigoroso e discriminante di quello concepito dal razzismo biologico. Evola, in estrema sintesi, non sottovalutava il dato biologico, ma lo potenziava, affiancandogli la «psicantropologia» e il «razzismo dello spirito». L'etichetta di razzismo «spirituale», ancora piuttosto diffusa nei saggi dedicati al pensiero evoliano, si rivela, pertanto, storiograficamente inadeguata, poiché con essa si finisce per accettare passivamente una definizione restrittiva, elaborata dallo stesso Evola, in chiave difensiva e autorappresentativa, negli scritti del secondo dopoguerra.Come si capisce fin dal titolo (e dal sottotitolo), il maggior contributo del libro di Rossi risiede nell'aver costruito una breve presentazione divulgativa e giornalistica di questa acquisizione storiografica, pur inserendola in un contesto che non tiene conto dei numerosi studi sulla dimensione plurale, dinamica e conflittuale del razzismo fascista. Molto più problematica appare, tuttavia, la seconda parte del volume, nella quale si tenta di offrire l'immagine di un Evola la cui influenza sugli ambienti del radicalismo di destra, nel secondo dopoguerra, si sarebbe limitata «alla sfera culturale e «sentimentale» (p. 85). In realtà, un aspetto importante e, per certi versi, paradossale, del tradizionalismo evoliano consiste proprio nella compresenza, da un lato, della prospettiva metafisica e metastorica e, dall'altro, di un costante interventismo ideologico-politico, nell'oscillazione tra l'inattualità metafisica e l'impegno nell'attualità storico-politica, tra il pessimismo, legato all'idea guénoniana e spengleriana della decadenza del mondo moderno, e l'ottimismo eroico connesso a una volontà di restaurazione della grandezza perduta delle origini. È questo atteggiamento ideologico-politico a spiegare la posizione interna/esterna mantenuta da Evola nei confronti dei fascismi, concepiti come primo passo di una konservative Revolution, il cui esito ultimo doveva essere l'approdo nel metastorico mondo della «Tradizione». Ed è sempre in una logica di interventismo politico che vanno interpretati alcuni passaggi chiave del percorso evoliano del secondo dopoguerra, quali l'insistenza costante sul concetto di «Ordine», le strategie golpiste degli anni '50 e '60, il «realismo eroico» jüngeriano, la tantrica «via della Mano Sinistra» come via tradizionalistica alla violenza.Evola, dunque, cattivo maestro? Indubbiamente sì, ma non così «impolitico» come pare sostenere Rossi.


Francesco Cassata