SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La destra e gli ebrei. Una storia italiana

Gianni Scipione Rossi

Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, pp. XXVI-302, euro 16,00 2003

Come tutti i libri a tesi si guarda con qualche sospetto al suo contenuto. L'autore tende a sostenere l'esistenza di una linea costante che lega la storia del Movimento Sociale Italiano al viaggio di Fini a Gerusalemme. Lo fa con enfasi e per questo incorre in qualche errore, che alla fine si riflette contro la sua stessa tesi. Non ci sarebbe svolta ? a leggere Rossi ? in un cammino che avrebbe origini lontane e ragioni intrinseche. L'intento apologetico è così evidente da sfiorare talora l'ingenuità: nel riprodurre le parole pronunciate da Giorgio Almirante a una Tribuna politica del febbraio 1967, insieme a talune per altro lodevoli prese di distanza, Rossi non sottolinea con la necessaria freddezza una frase inquietante sulla ?unilaterale prospettiva? dei Diari di Anna Frank. Si potrebbero trarre altri esempi da quella composita galassia che è stata, negli anni Settanta, la cosiddetta ?nuova Destra? nell'età di una certa convergenza fra evolismo di sinistra e gramscismo di destra. In verità l'atteggiamento della destra rispetto alla questione ebraica è stato ondivago, vuoi rispetto al Medio Oriente, vuoi rispetto al giudizio sulle leggi razziali in Italia. Può consolarsi Rossi pensando che non meno numerosi ondeggiamenti si contano a sinistra (o dentro la cultura cattolica). Ciò premesso qualcosa sempre si apprende anche da libri un po' scomposti, ma pieni di notizie. Qualcosa di simile era già accaduto con l'utile libraccio di Nino Tripodi sugli Intellettuali sotto due bandiere (1978), cui inevitabilmente si deve fare ricorso quando si vuole ri-consultare articoli scritti in gioventù da neofiti dell'antifascismo, anche ebrei (si veda il caso-Giacomo Debenedetti). Risulta ora chiaro dall'analisi di Rossi che tre sono stati i punti di riferimento per la ricerca di un'assoluzione da parte della cultura di destra. Eichmann, che nel processo parlò di casi di opposizione italiana alla politica di sterminio. La Arendt, che fece sua la posizione di Eichmann. Léon Poliakov che raccolse documenti sulla occupazione ?buona? degli italiani nel Sud della Francia. Si può discutere della Arendt, che non parlava per esperienza diretta. Attendibili, sia pure per opposte ragioni, erano invece Eichmann e Poliakov, e qui Rossi ha valide ragioni dalla sua parte. Utili poi i retroscena sul ?caso-Perlasca? prima che esso esplodesse o i documenti su Paolo Vita-Finzi, Malaparte, Berto e sul giovane Montanelli. Giusta evidenza viene data, non per mera rivendicazione, al tema mai rigorosamente affrontato dei militari ebrei che chiesero, nel 1940 e anche dopo, di essere arruolati (o al penoso, e del tutto dimenticato, caso di Tullio Terni). Si direbbe che alla fine trionfi, sempre, immancabilmente, l'antiquissima sapienza nazionale, riassumibile nel proverbiale ?meglio tardi che mai?, cui debbono rassegnarsi gli storici della contemporaneità (anche se in politica, il vecchio adagio non è soltanto consolatorio ma ingannevole, come dimostrano Fini in pellegrinaggio in Israele o la ripulsa dello stalinismo da parte di Bertinotti, qualche settimana di poi).


Alberto Cavaglion