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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La regata di Castello o del XX settembre. Storia di una regata veneziana tra Ottocento e Novecento

Giorgio Crovato

Presentazione di Marco Fincardi, Venezia, Marsilio, 110 pp., Euro 18,00 2007

La competizione tra barche a remi non è solo rito veneziano per eccellenza - la stessa parola «regata» nasce qui - o riproposizione codificata e senza tempo dei fasti della Serenissima: in età contemporanea essa è stata anche l'espressione di precise congiunture storiche e di conflitti politico-sociali interni alla città. Non parliamo, d'altra parte, della più classica regata sul Canal Grande (l'odierna «Regata storica»), ma di una manifestazione minore, organizzata tra il 1887 e il 1913 con il nome di «Regata di Castello» o «del XX settembre». Definizioni, entrambe, che già dicono molto: Castello è il sestiere più popolare di Venezia, quello che sorge intorno all'Arsenale, serbatoio di voti per i democratici prima e per i socialisti poi; il sestiere la cui via principale è intitolata a Garibaldi e che di Garibaldi ospita il monumento. E la ricorrenza settembrina della breccia di Porta Pia, scelta per disputare la regata, è proprio la festa della tradizione risorgimentale più laica e radicale. Questa storia, dunque, ha soprattutto il sapore di un anticlericalismo popolaresco, ed è infatti racchiusa in quel breve giro d'anni in cui tale sentimento poteva trovare corrispondenza - o perlomeno tolleranza - tra le classi dirigenti: l'ultima regata del XX settembre si correrà proprio all'indomani del «patto Gentiloni». In seguito essa verrà persino rimossa dalla memoria collettiva: fatto sorprendente, in una città dedita al culto delle proprie tradizioni marinare.La gara delle gondole costituiva il clou di una tipica festa popolare con luminarie, musiche e albero della cuccagna, promossa da un classico comitato di quartiere; a guidarlo un curioso personaggio, Luigi Graziottin, ex arsenalotto e sottufficiale di marina, guaritore certificato di malati di colera e mediatore di beneficenze. «Piccolo notabile plebeo», «una specie di Garibaldi locale», lo definisce Crovato, forse con qualche esagerazione. Ma sullo sfondo c'è anche la lunga lotta dei gondolieri contro l'introduzione dei vaporetti in Canal Grande: sciopereranno persino in occasione della Regata reale del 1887, di fronte alla regina e al principe ereditario, rifiutandosi di gareggiare.E se nelle regate si esprime, in qualche modo, un doppio registro - recupero delle antiche tradizioni e espressione dei conflitti sociali contemporanei - qualcosa di simile si può dire anche del breve saggio di Crovato (già apparso, in versione ridotta, in «Venetica», n. 15 del 2007). La passione dell'a. per le regate veneziane, cui ha dedicato diversi studi, emerge nell'attenzione per gli aspetti tecnici della voga in piedi, «alla veneta», o nelle frequenti citazioni dei più amati e popolari campioni del remo (i cui ritratti, tra bandiere e trofei, occupano non a caso buona parte dell'inserto fotografico); ma la dimensione tipicamente locale e lagunare offre anche spunti - specie nelle pagine introduttive di Fincardi - per una riflessione più ampia sulle cerimonie civili a cavallo tra '800 e '900: quando, per costruire identità condivise, le comunità puntano sui rituali di auto-riconoscimento, cercando soprattutto nelle feste popolari «la tinta del primitivo carattere nazionale».


Giovanni Sbordone