SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Storia del socialismo italiano. Da Turati al dopo Craxi

Giorgio Galli

Roma, Baldini Castoldi Dalai, 555 pp., Euro 19,50 2007

Si tratta della quarta edizione di un libro concepito alla fine degli anni '70 quando cioè stava delineandosi con estrema nettezza il periodo craxiano e la cui seconda edizione usciva proprio mentre Bettino Craxi diventava il primo presidente del Consiglio socialista d'Italia. Eppure anche in un contesto di apparente marcia trionfale Galli continuava a cercare le spiegazioni sulla anomalia di un socialismo italiano minoritario nella sinistra. Una dimensione minoritaria che, Galli pensava, non si sarebbe modificata neppure sotto le insegne apparentemente trionfali di Bettino Craxi.Proprio nella continuità, al di là delle apparenze, tra il modo di porre il problema della riforma sistemica del primo Craxi, ed i modi della gestione del potere politico del secondo Craxi, Galli individua le ragioni della crisi finale del Partito socialista italiano. Craxi aveva posto il problema della «grande riforma» in termini che prescindevano totalmente da un'analisi del rapporto tra forze politiche, rappresentanze sociali, trasformazione e continuità delle forme economiche. La questione riguardava invece solo la superficie politica, anzi politicistica, di una gestione del potere sottratta alle difficoltà della coniugazione con i movimenti profondi della dimensione economico-sociale. Anzi proprio il rifiuto del tipo di analisi, dell'intera cassetta degli strumenti, necessari a porsi i problemi della riforma politica nei suddetti termini, veniva configurandosi come la cifra culturale di quello che ormai era un «nuovo» PSI. Di qui la navigazione esclusivamente manovriera di una forza politica che cercava di far fruttare al meglio una modesta consistenza elettorale. Di qui, data la condizione italiana, il rapido prevalere di una politica strettamente coniugata all'«economia della corruzione» che preparava le condizioni della fine. «È questo meccanismo che ha portato alla morte del PSI» (510), afferma Giorgio Galli. La morte del Partito socialista, appunto, non del socialismo italiano che è fenomeno assai più ampio e complesso. La «morte del socialismo» dovrà aspettare ancora qualche anno per essere ufficialmente decretata. E come tutte le morti di organismi proteiformi, i cui mutamenti non si configurano in definizioni generalmente accettate, quella stessa morte si trova ancora in fase di accertamento.Il grosso volume di Galli, dunque, scartata la prospettiva della storia del socialismo, si configura come la storia di una organizzazione politica, nella tradizione consolidata della storiografia dei partiti. Naturalmente Galli è troppo avvertito per chiudere questa scelta in una dimensione di autosufficienza. Il quadro tracciato è invece assai attento all'aspetto del «guardar fuori». Come tutte le storie affatto politiche la posizione dell'a. è condizione fondamentale per la chiave di lettura. Galli sostiene che la democrazia «è in crisi dove è nata anche per l'assenza di un pensiero critico che si richiami al socialismo». Sostiene «che vi è ancora spazio per un socialismo che si colleghi alla sua storia, ora che non corre più il rischio di rimanerne prigioniero». Nell'attuale dibattito sulla «morte del socialismo» Giorgio Galli, quindi, è tra quelli decisamente contrari a metterci una pietra sopra.


Paolo Favilli