SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Lo Statuto albertino

Giorgio Rebuffa

Bologna, Il Mulino, pp. 173, euro 11,00 2003

Già autore di un saggio nel 1995 intitolato La costituzione impossibile Rebuffa propone in questo volume della collana ?L'identità italiana? una lettura dello Statuto centrata proprio sulla tesi di ?un costituzionalismo debole?. L'octroi carloalbertino infatti, come la stessa Costituzione repubblicana, diventerà più ?un simbolo? che un ?efficace strumento di garanzia giuridica e di controllo della politica?. Questo è dovuto alle contraddizioni intrinseche non solo nella lettera, ma soprattutto nel processo di elaborazione e poi di attuazione dello Statuto. Dall'?originaria ambiguità? si passa così alle ?patologie di lunga durata?. Queste formule qualificano un percorso che non può non avere al suo centro il re. Il ?segreto' dello Statuto è la sua ?flessibilità?, cioè in concreto la possibilità da parte del sovrano di disporre a fisarmonica dei suoi poteri. D'altra parte nello Statuto e nel ruolo del sovrano si colloca il grande appeal del Piemonte preunitario, punto di riferimento di migliaia di emigrati politici, che saranno la ?classe dirigente? dell'Italia unita. Ma si colloca quello che per Rebuffa è il vero nodo problematico, nonostante l'opera di Camillo Benso di Cavour: ?la forza delle cose però lasciò lo Statuto sempre in bilico tra governo parlamentare e interferenza del re? (p. 88). La vittima designata di questo squilibrio strutturale è dunque il governo: mettere in atto la lezione inglese ed instaurare ?un vero governo di gabinetto? significava espropriare la Monarchia di alcune delle sue ?prerogative?, liberarsi della sua tutela ed assumere concretamente (e non in senso ?trasformistico?) la guida della maggioranza parlamentare. Nella dinamica della ?maggioranza? parlamentare, terminale delle complesse relazioni centro-periferia e politica-amministrazione, in effetti sta il punto della pratica governabilità, sotto l'egida del sovrano, in forme che certamente sfuggono a qualsiasi ?ortodossia? modellistica. Il ?suicidio della Monarchia? (e dello Statuto) avviene tra il 1919 ed il 1943, tentando di riprodurre in un contesto strutturalmente diverso, quello del ?governo di partito?, prima con la proporzionale (su cui non manca il giudizio negativo un po' di maniera), poi con il regime fascista, il movimento pendolare di astensionismo e di interventismo realizzato per decenni. Tuttavia l'esito è segnato: lo scudo sabaudo tramonta insieme ai fasci che con esso si intrecciavano nella nuova veste del sigillo del Regno e nei palazzi pubblici dell'Italia. Il vero problema della ?governabilità? resta però anche con la nuova Costituzione: ?anche nel regime costituzionale repubblicano è rimasto decisivo il ruolo del capo dello Stato?. Viene posto così un tema ormai ineludibile di storia costituzionale ? la Presidenza della Repubblica ? e si conferma come la storia dello Statuto sia quella della Monarchia (e, aggiungeremmo, della ?maggioranza?).


Francesco Bonini