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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Anticlericalismo e democrazia. Storia del partito radicale in Italia e a Roma, 1901-1914

Giovanni Orsina

Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, pp. 281, euro 10,50 2002

Dal generale al particolare. Dopo Senza Chiesa né classe, con il quale Orsina aveva ritratto le forze politiche radicali di età giolittiana, cogliendone il profilo ideologico, la fisionomia organizzativa, la strategia politico-elettorale, in questo volume lo sguardo si restringe sul radicalismo romano. L'idea è che la storia del partito radicale della capitale, non coincidendo, sotto diversi aspetti, con la storia del radicalismo come forza politica nazionale, e portando dunque a interrogarsi sulle ragioni di tale divergenza, possa fornire ?un punto di vista utile ad aprire delle prospettive non banali sul sistema di potere giolittiano? (p. 6). Ora, del radicalismo romano, e delle ragioni per cui esso conobbe un'evoluzione sua propria, l'autore fornisce un quadro ampio e dettagliato. Il sistema di alleanze che stava alla base del ?blocco? di forze che, sotto la guida di Ernesto Nathan, conquistò nel 1907 il Campidoglio, garantiva alla componente radicale una preziosa rendita di posizione, in quanto naturale trait d'union tra l'Estrema e la sinistra liberale; e il fatto che l'anticlericalismo fosse il più efficace cemento ideologico di quell'alleanza rafforzava la centralità dei radicali. Fu infatti l'istanza anticlericale, a Roma per ovvie ragioni dotata di un'intensità ideologica maggiore che altrove, che, passando attraverso il centro dello schieramento liberale, generò nella capitale quel bipolarismo (i ?bloccardi? e gli ?antibloccardi?) che i sostenitori di un sistema politico ?all'inglese? agognavano come principio moralizzatore della vita politica nazionale, e che invece in quell'ambito non riuscì ad imporsi. A Roma, dunque, la questione del rapporto con i cattolici creò una frattura politicamente operativa, in grado di distinguere con nettezza uno schieramento ?conservatore? e uno ?progressista?; a Montecitorio no. Ma cosa dire di più, su questo punto, oltre a ricordare il fatto che a Montecitorio c'era Giolitti, ben determinato ?a conservare fluida la situazione politica? (p. 48), e dunque a non riconoscere la legittimità politica della frattura fra cattolici e anticlericali? E infatti, in sostanza, non si dice di più. Ciò significa che, interessante in sé come oggetto di studio (e peraltro molto ben ricostruito), il radicalismo romano di età giolittiana non sembra riesca davvero ad aprire quelle prospettive nuove sul funzionamento del sistema politico nazionale che lo renderebbero qualcosa di più di un semplice, per quanto di certo importante, caso locale.


Elena Papadia