SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Giovanni Paolo II vescovo di Roma

Antonio Scornajenghi

Roma, Studium, 194 pp., € 16,50 2014

L’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II coincise con la conclusione di un processo in cui Roma, per la Chiesa cattolica, passava dall’essere la «città sacra» idealizzata negli anni di Pio XII, a una diocesi «normale». Con Paolo VI si era affermata una lettura della capitale come «città malata», afflitta da vecchie e nuove povertà. La Chiesa aveva avviato una riflessione sui bisogni, spirituali e materiali, degli abitanti della città, promuovendo il convegno del febbraio 1974 sui «mali di Roma» e rafforzando la propria presenza nelle periferie. Con più autonomia dalla Curia, rispetto al passato, la Chiesa diocesana assumeva una fisionomia pastorale e missionaria. Karol Wojtyła, come spiega l’a., rafforzò il rapporto tra il papato e la capitale d’Italia, insistendo sulla sua «romanità adottiva» e vivendo un impegno personale con la città, del quale le oltre trecento visite alle parrocchie della diocesi sono un segno. Il libro risulta originale, poiché a fronte di una sterminata produzione, di diversa natura, su Giovanni Paolo II, non sono molti gli studi sul suo rapporto con Roma. È una prima ricostruzione, non esaustiva, vista anche l’eccezionale durata del pontificato wojtyliano. Restano da approfondire diversi aspetti, dai rapporti tra il Vaticano e le amministrazioni comunali alla valorizzazione dei movimenti ecclesiali, al tema delle povertà urbane, cui pure sono dedicate alcune pagine. L’a. spiega in maniera convincente l’idea wojtyliana di una «esemplarità di Roma», città che nel 1978 attraversava una crisi religiosa, in parte riflesso della più vasta crisi sociale ed economica del paese. Attraverso numerose interviste a ecclesiastici e a politici, protagonisti di quel tempo, nonché attraverso l’analisi dei discorsi del papa, l’a. delinea «l’idea di Roma» del papa polacco: la capitale d’Italia sarebbe divenuta, grazie a una nuova evangelizzazione, un modello del magistero di Wojtyła. Una città esemplare non perché «sacra», ma perché pervasa da un senso di comunità. Anche per questo motivo, alcuni elementi centrali del pontificato trovarono espressione concreta nella vita della diocesi. Ad esempio il dialogo con le religioni, tenacemente portato avanti da Wojtyła, ebbe un momento alto nella visita che Giovanni Paolo II fece alla sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986, visita che peraltro aveva anche un significato più profondo, in un percorso di superamento dell’ostilità antiebraica da parte cattolica. Anche l’attenzione agli immigrati e al tema delle migrazioni, rintracciabile in numerosi documenti del pontificato, è evidente nel rapporto che Giovanni Paolo II ha con Roma, sin dagli inizi del suo magistero, segnati dall’assassinio del giovane somalo Ahmed Alì Giama, il 22 maggio 1979. Nel complesso, il libro ha il merito di presentare una prima ricostruzione, ricca di spunti interessanti, del rapporto tra il papa «venuto da lontano», primo pontefice non italiano dopo oltre quattro secoli, e la capitale d’Italia.


Valerio De Cesaris