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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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?Formare di tutti un gran tutto?. La nazionalizzazione delle plebi meridionali tra borboni e stato unitario

Giovanni Raffaele

Milano, Selene, pp. 284, euro 15,57 2001

Trovare un titolo non è stato facile, confessa l'autore: non si stenta a crederlo, vista la disomogeneità dei percorsi che si susseguono, rispetto ai problemi, al taglio e ai contesti di riferimento. Quello prescelto però ? sia nella frase iniziale del senatore Filippo Linati, sostenitore di uno Stato fortemente centralizzato, sia nella esplicitazione che segue ? è una forzatura e rischia di stornare l'attenzione dai contenuti effettivi della composita ricerca sulla istruzione/educazione delle masse popolari meridionali, che si compone di tre parti, relative agli ultimi decenni del dominio borbonico (pp. 31-118), all'Italia liberale (pp. 119-216), e infine al fascismo (pp. 217-74). Il libro si apre con un richiamo alle ?timide o fallimentari iniziative del secondo Settecento? nel campo dell'istruzione (p. 33), ai deboli impulsi murattiani, alle ininfluenti aperture ?dell'utopia burocratica? della Restaurazione (pp. 38-40). Ma già dopo il 1821 prevalse, al centro e in periferia, ?la paura dell'alfabeto?, che la rivoluzione del 1848 avrebbe trasformato in panico. I dati sulle dinamiche dell'alfabetizzazione confermano la precoce reticenza a considerarla come un fattore che, una volta sicuri del primato dell'educare, poteva avere utili risvolti, per la società come per lo Stato: e considerazioni analoghe valgono anche per l'istruzione secondaria e superiore. L'autore si interroga su una improbabile ?nazionalizzazione precoce?: un concetto e una espressione che implicano un modo radicalmente diverso di essere Stato e di concepire la natura dei rapporti tra governo e governati rispetto a quello vigente nel Regno delle Due Sicilie al tempo del ?tramonto dei Borboni?. La conclusione dell'autore è che non si possa parlare ?di una programmata trasformazione da contadini a cittadini? (p. 47); ma il fatto stesso che si possa pensare di porre il problema in questi termini suscita non poche perplessità, confermate da giudizi assai più ?benevoli? di quanto ci si potesse attendere verso ?la politica educativa borbonica?, giudicata ?oscillante? e ?contraddittoria? (p. 55). Date queste premesse, si capisce come per Raffaele sia scontato che la nazionalizzazione abbia costituito l'obiettivo del progetto liberale in tema di istruzione popolare, onde ?formare un cittadino medio disciplinato, [?] fonte attiva di consenso al nuovo Stato?. Le ricerche svolte mi hanno convinta che in realtà quell'esito fu assai più controverso e tardivo, mentre decisiva fu la forza di condizionamenti negativi quali la fragilità della domanda (del ?bisogno di imparare?), la povertà dei Comuni, la preminenza di paradigmi mentali e culturali riconducibili a una sorta di ?coazione a ripetere?. Né è chiaro, alla fine, se e come il quadro si evolva, visto che la realtà descritta nel capitolo terzo si caratterizza per un ?dover essere? permeato a fondo, ormai, dalle istanze di una pedagogia ?nazionalizzante? (che in zona ebbe il suo nume tutelare in Giuseppe Lombardo Radice), ma anche per un ?essere? delle ?plebi meridionali? che stenta a riconoscere nel paradigma nazionale un pilastro dell'identità individuale e collettiva.


Simonetta Soldani