SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Carcere e fascistizzazione. Analisi di un modello totalizzante

Giovanni Tessitore

Milano, Franco Angeli, pp. 262, euro 22,00 2005

È intorno agli anni che vanno dall'ultimo ventennio del '700 al primo dell'800 che la detenzione entra a far parte del sistema penale europeo. I grandi riformatori del XVIII secolo sono poco inclini a considerarla come realmente appartenente all'edificio concettuale del diritto; l'imprigionamento, infatti, resta ai margini del sistema penale e non è comunque stabilito dal potere giudiziario: ci si preoccupa, insomma, più di correggere che di segregare. Soltanto cinquant'anni più tardi la prigione diventa invece la forma per eccellenza dell'espiazione della pena e un sistema articolato di forme dell'incarcerazione occupa rapidamente tutto lo spazio disponibile all'interno del regime delle penalità. La punizione, in questo contesto, è stabilita sulla base delle potenzialità rappresentate dall'internamento in luoghi sicuri, da approntare servendosi di nuove procedure di controllo e soprattutto di edifici da costruire con specifiche caratteristiche: una vera e propria ?tecnologia? che necessita di verifiche continue. La delinquenza stessa gioca, all'interno di un meccanismo riabilitativo così concepito, il ruolo indispensabile di veicolo delle istanze di dominio sui corpi; la sua integrazione, sempre possibile, nello stesso sistema di potere che la genera e la combatte dimostra che essa può persino diventare strumento di sorveglianza del crimine in una sorta di circolo vizioso. Debitore alla consolidata tradizione carceraria ottocentesca e di primo Novecento, il regime fascista costruì la propria pratica d'imprigionamento intrecciando lavoro, istruzione civile e pratica religiosa. Dentro alle mura della prigione, che sarebbe dovuta diventare una sorta di ordinatissimo collegio, la vita quotidiana dei reclusi era disciplinata minuto dopo minuto per forgiare le qualità personali di ciascun individuo, facendone prima un detenuto modello e a seguire un perfetto fascista capace di diventare allo stesso tempo anche un cittadino in grado di osservare le regole della vita comune e le leggi dello Stato. Secondo Tessitore, la razionalizzazione delle istituzioni politiche e giuridiche, di cui il carcere rappresentava un modello ideale per sperimentare tecniche costrittive e al tempo stesso persuasive, costituisce una delle linee generali di intervento sulla società italiana che Mussolini e il partito ritennero imprescindibile per ordinare in via definitiva anche la sfera privata dell'italiano fascista, l'homo novus che la dittatura avrebbe voluto pronto a sacrificarsi per i più alti destini della nazione. A partire da un'acuta riflessione sul modello carcerario di età liberale e cogliendone trasformazioni e continuità durante il Ventennio, il libro descrive con ampiezza di fonti e una piacevole scrittura la politica penitenziaria in epoca fascista, ?architettura? totalizzante all'insegna del paternalismo umanitario e chiave di volta dell'intero apparato ideologico attraverso la cui lente deformante il duce (?virile redentore? di un popolo che doveva farsi ?credente? nella missione storica del fascismo) e il suo establishment decisero le sorti del paese.


Mario Coglitore