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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'Istituto Nazionale Fascista di Cultura. Da Giovanni Gentile a Camillo Pellizzi (1925-1943). Gli intellettuali tra partito e regime, Presentazione di Francesco Perfetti

Gisella Longo

Pellicani, Roma 2000

Nella pur nutrita serie di studi dedicati ai rapporti tra intellettuali e fascismo mancava un lavoro dedicato all'Istituto nazionale fascista di cultura. Questo lavoro, in cui l'autrice ha ampliato suoi precedenti saggi, colma dunque una lacuna. Purtroppo, anche a causa della mancanza di un archivio dell'istituzione fatta oggetto dello studio, la ricerca si è limitata ai "vertici", tralasciando quelle attività su base locale dei vari Istituti fascisti di cultura che pure ebbero una certa importanza nel definire la sociabilità culturale dell'Italia fascista. "Il mio Gabinetto Viesseux fu l'Istituto fascista di cultura", scrisse Geno Pampaloni a proposito della sua infanzia a Grosseto. Vengono anche tralasciate le molte pubblicazioni promosse dall'Istituto, di carattere assai diverso: basti ricordare che fu in una collana dell'Infc che comparve, per la firma di Giorgio Candeloro, la traduzione della Democrazia in America di Tocqueville. Tutto ciò non toglie che il libro si presenti sicuramente utile, soprattutto in relazione a due questioni che contribuisce a chiarire. In primo luogo, la storia dell'Infc - fondato nel 1925 sotto la presidenza di Giovanni Gentile - mostra come la politica culturale fascista non fosse il frutto di un programma definito fin dalle origini, bensì risultasse da strategie anche diverse, fatte proprie da differenti istituzioni e centri di potere del regime. Nel caso dell'Infc, la sua esistenza - fino al 1937, quando Gentile venne di fatto costretto a dimettersi dalla presidenza - fu dominata dal conflitto-concorrenza tra Gentile e il partito, e tra due modi diversi di intendere la funzione della cultura in un regime totalitario. La seconda questione, che il volume documenta molto bene, riguarda appunto la competizione che si sviluppò, per il controllo dell'Istituto nazionale di cultura fascista (questa la nuova denominazione che, dal 1936, avrebbe dovuto corrispondere a una nuova fase del regime), tra il vertice stesso dell'Istituto, il Pnf, il ministero dell'Educazione nazionale e poi quello della Cultura popolare. Si trattò di una competizione in cui risultò sempre decisivo il ruolo arbitrale di Mussolini. Il lungo capitolo finale è dedicato alla presidenza di Camillo Pellizzi, dall'aprile 1940. Vi si pone in risalto un fenomeno cui non è stata ancora prestata sufficiente attenzione: quell'incontro tra i progetti di Pellizzi e alcuni intellettuali ormai comunisti (come Delio Cantimori) che si verificò durante la guerra, favorito in primo luogo dalla convinzione che il futuro spettasse ormai alle ideologie di tipo collettivistico, come erano sia quella comunista sia quella corporativa fascista.


Giovanni Belardelli