SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il modello del proprietario imprenditore nella Toscana dell'Ottocento: Bettino Ricasoli. Il patrimonio, le fattorie

Giuliana Biagioli

Leo S. Olschki, Firenze 2000

Frutto di prolungate indagini, come segnalano i due capitoli già pubblicati separatamente oltre vent'anni fa, il volume è diviso in due parti ed è corredato da una ricca appendice statistico-documentaria. Nella prima parte, muovendosi lungo l'asse famiglia-patrimonio, l'autrice esamina la formazione, la composizione, la gestione del patrimonio e contemporaneamente le strategie matrimoniali, i modelli successori e dotali, le ragioni dell'indebitamento della famiglia Ricasoli tra Settecento e secondo Ottocento. Il centro di questa prima parte è costituito però dalla figura e dalle attività economiche di Bettino Ricasoli (1809-1880). Trascurando completamente il ruolo politico svolto da questi nella vicenda risorgimentale e nel primo decennio postunitario, l'autrice ricostruisce la formazione culturale, gli studi, i viaggi e più ancora l'attività di "agricoltore" e di imprenditore a cui Ricasoli si dedica a partire dal 1840, quando, chiuso il palazzo di Firenze, licenziata la servitù, si trasferisce a Brolio, nel Chianti. Alla scelta di abbandonare Firenze non erano estranee le ristrettezze economiche che da tempo angustiavano la famiglia; nella decisione vi era però essenzialmente la determinazione di adottare più moderne forme di conduzione agricola, di "studiare e mettere a punto nuove tecniche e nuovi strumenti per l'agricoltura collinare". Ancora nella prima parte si descrive la proprietà, le acquisizioni realizzate negli anni da Bettino Ricasoli, compresa quella poco felice in Maremma dove i propositi di high farming si dimostrarono economicamente improduttivi. Un altro elemento interessante che è ben documentato in questa prima parte è l'investimento extra-agricolo. Non si tratta di una novità, né di una scelta economica inusuale tra la nobiltà toscana; quello che è però rilevante è la dimensione dell'impegno immobiliare di Bettino Ricasoli: alla sua morte quasi tre milioni in azioni e obbligazioni con una preferenza per l'investimento ferroviario. La seconda parte del volume, aperta da tre capitoli su storiografia aziendale, forme "tradizionali" di gestione agraria nel Chianti e andamento del mercato dei prodotti agricoli a cavallo tra Settecento e Ottocento, è dedicata a una ricostruzione dettagliata della conduzione delle fattorie Ricasoli in Chianti e Valdarno. Impossibile dare conto degli innumerevoli spunti di riflessione che la ricostruzione delle imprese economiche e la ricca documentazione consentono. L'analisi a tutto tondo delle aziende Ricasoli inserita nel più generale panorama agrario toscano, si accompagna, però, a una certa ripetitività e contemporaneamente a una discontinuità espositiva; si ha l'impressione che il volume sia una raccolta di saggi intorno ai due fuochi dell'agricoltura toscana tra Settecento e Ottocento e le esperienze di Bettino Ricasoli, che appare, tutto sommato, modesto e non sempre felice innovatore agricolo.


Giovanni Montroni