SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il mito del primato italiano nella storiografia risorgimentale,

Giuliano Albarani

Milano, Unicopli, 240 pp., euro 14,00 2008

Il saggio, frutto di una tesi di dottorato in Scienze del linguaggio e della cultura condotta presso l’Università di Modena, affronta un tema già dissodato in vari tempi, e in varie ottiche, dalla storiografia: il «primato filosofico» attribuito agli italiani da alcuni dei massimi esponenti della letteratura nazionalista. Dopo un capitolo introduttivo che inserisce la ricerca nella cornice degli studi sul nation building, l’a. ricostruisce la storia di quel «discorso» attraverso quattro capitoli. Il primo è dedicato al Platone in Italia, indicato come l’archetipo della tradizione «primatistica» risorgimentale, anticipata e preparata dalle intuizioni di Vico e Muratori. Attraverso il percorso tra le antichità preromane, Cuoco intese sollecitare la consapevolezza della individualità storica della cultura italiana, in tempi di necessaria accettazione della dominazione francese. Si dovettero attendere alcuni decenni, perché un intellettuale - Gioberti, ovviamente - conferisse al «primato» una più concreta operatività politica. Interessante a tal proposito lo scavo tra le fonti archeologiche del Primato, tra le quali ebbe molta importanza l’opera sulle Origini italiche del bresciano Mazzoldi. Il confronto con lo straniero, che in Cuoco si risolveva ancora in coesistenza costruttiva, in Mazzoldi e poi in Gioberti doveva determinare la «invenzione» dell’autoctonia della «sapienza» italica, espunte le ascendenze greche, o fenicie o egizie tenute per certe dalla generazione precedente.Un capitolo a sé merita il mondo lombardo, che con Ferrari arrivò a rovesciare la prospettiva giobertiana, sostituendo la «decadenza» al «primato» come chiave interpretativa della storia nazionale.Le pagine conclusive vertono sull’opera di Bertrando Spaventa, individuato come il ri-fondatore della corrente primatistica. Alieno dallo «sciovinismo» giobertiano, intento piuttosto a una sistematica comparazione, Spaventa spostò nel Rinascimento la culla del «primato», consistente per lui nella sintesi di naturalismo e cattolicesimo e nell’inizio di una linea che da Campanella conduceva, attraverso Vico, a Rosmini e Gioberti. Era, quella di Spaventa, una proposta congeniale alle élites post-unitarie, imboccata dal giovane Stato la strada di una moderata modernità e di una pacifica ricollocazione nel contesto internazionale.Ricco di lunghe citazioni e di dettagliate analisi testuali, il volume offre un utile quadro d’insieme. Lo sforzo di approfondimento, tuttavia, non sempre giova all’economia del saggio, che spesso pare procedere per exempla, più che svolgere una organica ricostruzione. Nella premessa, l’a. rileva che la circolazione di miti e stereotipi si avvalse di una pubblicistica solo in parte riservata ai lettori colti. Sarebbe stato interessante, per esempio, sapere qualcosa in più sulle dimensioni del fenomeno, in termini di autori ed editori e ove possibile anche di lettori. Inoltre, l’uso di taluni termini - «sciovinismo» in primis - denuncia in certi punti il rischio di forzature anacronistiche. Ciò detto, resta l’apprezzamento per un lavoro che affronta in prospettiva storica una questione centrale per gli studiosi della cultura ottocentesca.


Maria Pia Casalena