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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I ghetti di Hitler. Voci da una società sotto assedio (1939-1944)

Gustavo Corni

Bologna, il Mulino, pp. 526, euro 24,79 2001

Se la storia contemporanea, marchiata dalla persecuzione razziale, inizia nel 1492, in Spagna, con la cacciata degli Ebrei, essa forse ha termine nel 1944, a Varsavia. Questo è un libro nuovo e diverso; nonostante l'autore appoggi il suo discorso su una mole impressionante di fonti scritte ? escludendo per forse discutibile scelta troppo rischiose fonti orali ? il risultato è un libro che racconta dal suo interno la vita delle comunità ebraiche durante la persecuzione, i momenti qualunque e le aberrazioni, sbozzando la realtà vissuta di torme di senzanome, o di cui appunto è sopravvissuto appena un nome, attraverso le pagine di un desolato diario. Arricchito da una esauriente bibliografia, da iconografia e da utili mappe geostoriche, il libro si presenta anche in questo innovativo, proponendo una ricostruzione credibile e al tempo stesso incredibile della miriade di attività, presenze e miserie, interni a quella che l'autore introduce come ?società sotto assedio?, tra il 1939 e il 1944: appunto, i ghetti di Hitler. La ramificata rete di reclusione attivata dopo il 1939, sovrastante una precedente delimitazione urbana della presenza ebraica nell'Europa orientale, perdeva improvvisamente quel ruolo di rifugio, che aveva protetto le comunità ebraiche, sviluppando esse al loro interno le proprie attività quotidiane. Corni attinge al profondo tedesco: da parte della propaganda di regime, la rappresentazione spesso parossistica dei ghetti era contrapposta alla Kultur germanica del sangue e della stirpe, così come l'avevano trasmessa in decenni di insistenza i profeti della dottrina völkisch della purezza di una razza superiore. I ghetti risultano pertanto sempre brulicanti di masse informi, gente dallo sguardo torbido e dai più incerti mestieri. Aguzzini e vittime, orgoglio e abiura vengono qui rievocati attraverso testimonianze provenienti da una memorialistica riesumata da fondi tedeschi, polacchi, austriaci, americani, britannici. Ebrei che si rifiutano di credere all'olocausto, altri che ne denunciano inascoltati l'orrore, altri ancora sul filo rischioso della connivenza. Vero punto focale, sicuramente controverso, è quello relativo alla razionalizzazione del fenomeno persecutorio, da cui emerge prepotente la talora colpevole mancata percezione o rimozione della gravità dei fatti. L'antica sentenza nicciana troverebbe, a questo riguardo, una sconcertante conferma storica: ?Tu hai fatto questo, denunciò la memoria. Non posso averlo fatto, ribatté l'orgoglio: cedette la memoria?. La repressione finale nel ghetto e per contro l'ampiezza dell'insurrezione di Varsavia, al punto da poterla ritenere ?rivolta di popolo?, rendono giustizia alla partecipazione ebraica alla resistenza, laddove la storiografia, non solo sovietica in verità, ne aveva appiattito la dimensione al puro ruolo di vittime. Il libro termina con un accenno prospettico alla repressione dell'insurrezione di Varsavia del 1944, quando le SS cancellarono il Ghetto coi lanciafiamme e fecero saltare in aria la Sinagoga di Tlomackie, simbolo varsaviese dell'ebraismo: era maggio, quando normalmente gli alberi tornano a fiorire.


Stefano Trinchese