SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Storia e pratiche del documentario

Guy Gauthier

Torino, Lindau, 536 pp., euro 32,00 (ed. or. Paris, 2008) 2009

Si potrebbe partire dall’affermazione del documentarista Chris Marker: «Non facciamo il gioco del documentarismo sovietico prima del ventesimo congresso, la cui regola era: ogni immagine deve essere come la moglie di Stalin, insospettabile». Oppure da quello che l’a. scrive a proposito del rapporto fra cinema e realtà: «Le teorie dell’immagine hanno risolto la questione, e c’è di meglio da fare che non tornare su una distinzione ormai banale: l’immagine, come la lingua, ma in modo diverso, è una mediazione, non un analogon. L’uso ha imposto l’espressione del cinema del reale» (p. 25), ma oggi, suggerisce ancora l’a., possiamo parlare di documentario facendone a meno.Il documentario allora è altro: racconto, interpretazione, ricerca, rappresentazione. L’a. ne ripercorre le tappe in un’ottica forse troppo franco-centrica. Inoltre bisogna conoscerli gli autori di cui parla, perché leggere di Jean Rouch, Frederick Wiseman o Raymond Depardon non è affatto come vedere le loro opere. Tuttavia questo lavoro potrebbe far venire a qualcuno la voglia di andarsi a vedere autentici capolavori come Titicut follies (Wiseman, 1967), High school (Wiseman, 1968), o 10e Chambre. Instants d’audience (Depardon, 2004).Ma che cos’è il documentario secondo l’a.? Quella scelta di racconto nel quale si elimina la scenografia ricostruita, l’attore interprete, la ricostruzione storica, la sceneggiatura preliminare, privilegiando, durante le riprese, il «diretto». Il documentarista filma del reale ciò che vede e ciò che ne ricorda. Un metodo di investigazione del mondo sensibile dove il punto di vista personale già presente al momento delle riprese si svilupperà al momento del montaggio, secondo la scuola che risale a Dziga Vertov, o al momento della scrittura del commento (e in questo il punto di riferimento per l’a. è Chris Marker). Un territorio del cinema a pieno diritto, diviso in generi certo, ma sempre riconoscibile in quanto tale. Molto vicino per certi aspetti alla ricerca storica.Interessante dunque che l’a. non si interroghi se non in minima parte sul cosiddetto «documentario di montaggio»: ovvero quel genere di documentario assai diffuso in tv che riprende documenti audiovisivi del passato rimontandoli. Il genere di documentario che interpella più da vicino il lavoro dello storico, agendo in modo diretto sulle fonti, e fornendo a sua volta una visione della storia che diventa spesso egemonica nell’immaginario delle nuove generazioni.Ma questo volume è più un catalogo per esperti che una guida vera e propria alla comprensione del documentario e di come la sua storia abbia modificato da vicino anche ambiti in apparenza distanti e autosufficienti come quelli della ricerca. Storia e pratiche del documentario è infatti un utile vademecum soprattutto per la parte finale, Elementi per una filmografia mondiale. Per il resto niente aggiunge a quanto già è stato scritto sull’argomento.


Vanessa Roghi